Anche Carlo Petrini diventa un Nimby, del biogas

No alla centrale a biogas di Bra

la Repubblica – Carlo Petrini, 3 marzo 2012

 

     Tratta da Foto community - Gregge di pecore, Frank Auderset

 

Nella pianura tra Bra e Cherasco vogliono costruire un impianto per la produzione di energia da biogas. Dovrebbe essere a Cherasco, in una cava dismessa. Ora, essendo io cittadino braidese e cittadino onorario di Cherasco, la briga di esprimere tutto il mio dissenso me la voglio prendere.

Prima chiariamo cos'è un impianto a biogas. Semplificando, è composto da due "digestori" dove si accumulano liquami, deiezioni animali e prodotti vegetali, i quali fermentando sviluppano un gas che alimenta un motore dal quale infine si producono energia elettrica e calore. Rientra nel novero delle energie rinnovabili ed è buona cosa se serve a smaltire i liquami di un'azienda agricola, un allevamento, se ci finiscono dentro sfalcio scarti vegetali, e se la sua produzione è misurata sulle esigenze dell' azienda stessa.


Ma in Italia riusciamo sempre a trasformare belle opportunità in trappole per l'ambiente e i cittadini. Per incentivare le produzioni, lo Stato ha imposto di pagare l'energia elettrica prodotta da un impianto di questo tipo 28 centesimi al KW anziché i normali 7. Quei soldi ovviamente sono poi caricati sulle nostre bollette, quindi cominciamo a constatare che alla fine siamo comunque noi cittadini a finanziare le energie rinnovabili. Il minimo dunque sarebbe che fossero buone per tutti e non solo per chi fa l'investimento speculativo di un impianto.

Perché gli speculatori hanno subito fiutato l'affare biogas e impianti più grandi, che non servono solo al sistema di un'azienda agricola, sono nati come funghi in tutta Italia. Però non sono sostenibili: gli effetti collaterali che sarebbero ben assorbiti in una dimensione aziendale piccola e diffusa, diventano molto pesanti per impianti al servizio di più aziende, situati lontano da queste e magari vicino ai centri abitati esattamente come nel caso Bra/Cherasco.


Oltretutto in impianti grandi spesso si finisce con l'utilizzare direttamente il cibo come materia da "digestare", perché le pannocchie di mais li fanno rendere molto meglio di deiezioni e sfalci. Quindi col tempo nella zona si arriva - e già succede in molte zone d'Italia - per coltivare cibo al solo scopo di fare energia.

 

Mi oppongo alla centrale a biogas tra Bra e Cherasco e lo faccio per tante ragioni, ma prima di tutto perché è immorale oltreché economicamente assurdo - specie in questo momento storico - usare prodotti agricoli che potrebbero alimentare animali e uomini per produrre energia.

In secondo luogo ho buoni motivi ecologici, come l'aumento delle polveri sottili dannose alla salute dei cittadini. Polveri sottili prodotte sia direttamente dall'impianto, sia perché si stima un forte incremento del traffico pesante, tra la centrale e le aziende di allevamento "fornitrici" dei liquami. Inoltre ci sono già tante testimonianze in Italia e all'estero che ci fanno dire che vivere vicino a questi impianti non è un'esperienza né piacevole né salutare.

Un impianto di dimensioni medio-grandi dunque toglie alla comunità decisamente più di quanto non restituisca (un paio di posti di lavoro al massimo).


Ma voglio oppormi soprattutto in nome della mia comunità. Le comunità braidese e cheraschese non lo vogliono e l'hanno dichiarato con i comitati di quartiere, i due sindaci sono contrari all'impianto e ora tutto è rimesso a una decisione della Conferenza dei servizi provinciale. Rispetto il lavoro dei tecnici della Provincia, ma come si può prendere una qualsiasi decisione che influisce su tutta una comunità che è per intero contraria?


Mi spiace per gli interessi privati, ma se contrastano così palesemente con quelli pubblici, il problema non si dovrebbe neanche porre. Si attende una perizia del Politecnico di Torino, che dovrebbe dimostrare scientificamente quanto la centrale sarebbe impattante, e speriamo sia sufficiente a bloccare il tutto. Ma in un mondo normale ciò che dovrebbe bastare a non infliggere ulteriori ferite al nostro territorio e al nostro diritto al benessere, dovrebbe essere la volontà popolare. Se l'interesse del singolo supera e pregiudica quello della collettività allora c'è un errore a cui bisogna rimediare. E se in più i cittadini con buon senso dicono tutti di no, vanno ascoltati e tutelati.