Nord, corsa al termovalorizzatore

Nord, corsa al termovalorizzatore

l’Espresso - Paolo Cagnan, 10 aprile 2012


Dal Veneto al Friuli, dal Trentino all'Emilia, le regioni settentrionali progettano la costruzione di nuovi mega impianti per i rifiuti. Sprechi milionari, visto che quelli già esistenti basterebbero.

 

Dicono che si sia infuriato non poco, il governatore del Veneto Luca Zaia, dopo aver scoperto che a Padova incenerivano i rifiuti campani. Lui l'aveva detto a chiare lettere: "Che si arrangino, non possiamo essere sempre noi a risolvere i problemi del Sud". Forse non gli avevano ancora spiegato che ad avere problemi, certo non gravi come quelli della 'monnezza per le strade di Napoli (prima) o Palermo (adesso), era anche il suo ricco Veneto. E probabilmente gli era anche sfuggito che non solo Padova, ma pure Venezia e Schio avevano chiesto di togliere l'embargo politico sull'import dei rifiuti: perché i loro impianti avevano bisogno di "cibo fresco". E un conto è l'autarchia, altro conto è il business. Gli ambientalisti lo ripetono da anni: i mega-impianti devono poter funzionare a pieno regime, e se la raccolta differenziata viene fatta come si deve, il rifiuto urbano da incenerire si riduce, di peso e di potere calorico. E sono guai, per le società che devono far quadrare i conti. E che, non sempre ma spesso, sono multiutility sostenute da robusti aiuti pubblici, che inseguono il business come in ogni altro settore.


Così, è accaduto che l'assessore regionale all'ambiente Maurizio Conte abbia abbandonato ogni progetto di nuovi impianti, e sia pronto a riconvertire una parte delle linee di quelli esistenti per garantirne la redditività. Ad esempio, utilizzando quello di Padova - che può tecnicamente farlo - per lo smaltimento dei rifiuti speciali, ora spediti via terra in Germania, con costi ingenti e guadagni tutti tedeschi. Sono i paradossi del successo di serie politiche ambientali nel campo del riciclaggio e del recupero: così il Veneto, preceduto d'un soffio dal Trentino-Alto Adige nella hit-parade delle regioni più virtuose (57,7% di differenziata contro il 57,8%) si trova a dover ripensare il senso ultimo dei cosiddetti termovalorizzatori.

 

I doppioni inutili

Ma, allora, il Veneto dovrebbe prendere esempio dal Trentino? Parrebbe proprio di no. Bolzano e Trento non si sono mai parlate, su questo terreno. Separate da appena 60 chilometri, eppure incapaci di pianificare un unico inceneritore per tutta la regione, per il semplice fatto di non mettersi d'accordo sulla sua collocazione. Così, a Bolzano si sta costruendo un nuovo impianto da 130 mila tonnellate annue e 130 milioni di euro proprio accanto a quello attuale, ormai inadeguato. Mentre a Trento ne è previsto un altro: peccato che la prima gara sia andata deserta perché, hanno spiegato le società potenzialmente interessate alla sua gestione, mancavano "le garanzie sulla quantità di rifiuti per alimentare l'impianto". Già, perché la differenziata ha raggiunto quote record, il 69,5 per cento. Così, ora Provincia e Comune di Trento stanno cercando una soluzione per uscire dall'impasse.


Anche in Friuli, come in Veneto, c'è chi vorrebbe dire "basta" ai mega-impianti: una battaglia di lotta e di governo, visto che a Venezia è la stessa maggioranza ad avere imposto il cambio di rotta mentre a Trieste sono le opposizioni a chiederlo. Capofila della proposta di una moratoria di tre anni sui nuovi inceneritori è l'Italia dei Valori, sostenuta anche da Pd, Sel e Rifondazione. In Friuli governa il centrodestra, come in Veneto. Ma la situazione è diversa, per almeno due motivi: il primo è che qui la differenziata è ancora sotto il 50 per cento, anche se di poco; il secondo è che la giunta Tondo sta pensando di realizzare due nuovi impianti, nelle province di Udine e Pordenone. Se poi aggiungiamo che Liguria e Val d'Aosta smaltiscono ancora gran parte dei rifiuti urbani in discarica, che la Lombardia sta pensando di smantellare una parte dei suoi 13 impianti (sui 51 esistenti in tutta Italia) e che in Emilia, l'impianto di Parma è stato bloccato dalla Commissione europea, una cosa appare chiara: nel Nord, è caos totale.

 

Italia sotto accusa

E allora è forse il caso di fare un po' d'ordine: partendo, magari, dalla procedura d'infrazione europea che presto si abbatterà sul nostro paese. Il ritardo da colmare è pesante: basti dire che, secondo il decreto Matteoli del 2006, avremmo dovuto raggiungere il 60 per cento di raccolta differenziata entro la fine dell'anno scorso, mentre siamo a poco più della metà: il 33,6 per cento, con grossi squilibri tra Nord (48 per cento), Centro (24,9 per cento) e Sud (19.1 per cento). Per non parlare della direttiva UE che prevede l'obiettivo "discariche zero".


     Immagine tratta da Marco Ernst