NIMBY TRENTINO

"Il caso italiano: industria, chimica e ambiente", anche quello della SLOI

"Il caso italiano: industria, chimica e ambiente"

Fondazione Micheletti - Jaca Book, Milano 2012

 

Il capitolo sulla SLOI

Piombo tetraetile a Trento: (40+30) anni dopo

Marino Ruzzenenti, maggio 2008

 

A Trento, tuttavia, c'è un altro più portante "capitolo" che tiene banco:

Il Piano Guida di Trento Nord, ancora cementificazione del territorio

Italia Nostra, gennaio 2012

 

 

"Gli direi [a mio padre] che comunque lotterò sempre per la verità".

"Coloro i quali si sono ammalati e sono morti... ecco per lavoro, il loro monito dev'essere quello che per poter vivere non si debba morire. Mai più".

 

La SLOI chiuse nel 1978 a causa di un incendio che rischiò di annientare Trento per una nube tossica di piombo.

Il piombo, dopo trent'anni, è ancora sepolto sotto l'area SLOI e nelle ossa di molti ex operai.

Non ci sono dati certi sulle vittime della SLOI.

Solo tra il 1960 e il 1971 ci furono 1108 casi di infortunio, 325 casi di intossicazione acuta, 600 casi di operai ricoverati.

Ancora oggi molti ex operai pagano le conseguenze dell'intossicazione da piombo.

Non esistono precedenti al mondo di bonifica su aree inquinate da piombo.

 

 

Provincia Autonoma di Trento

Sito di interesse nazionale “Trento Nord”

Programma nazionale di bonifica D.M. 468/01

Progetto speciale recupero ambientale e urbanistico delle aree industriali

 

 

 

 

 

Testo, in conclusione di "SLOI machine"

 

1h 5’ 30”

E il dottore si era schernito, aveva detto che lui avrebbe voluto fare molto di più per aiutare gli operai, ma che non gli lasciavano fare niente.

Nove mesi dopo il dottor Danieli, medico di fabbrica alla SLOI da ben 8 anni, da le dimissioni con decorrenza immediata. Non da motivazioni, non da saluti.

Alla SLOI era cambiato il direttore. Il vecchio Pedinelli, che era lì da sempre praticamente, era stato sostituito con un ingegnere giovane e rampante, uno che metteva al primo posto nella sua scala dei valori “produrre, produrre, produrre”; questo parlandone da vivo. Ma siccome l’ingegnere Emilio Bertotti è morto, giovane, ha preso il volo, non sta bene dirne male, diremo soltanto che fra lui e il dottor Danieli c’era una radicale divergenza di vedute, e così il dottor Danieli ha dovuto dare le dimissioni.

 

Lo sostituisce un dottorino giovane giovane e foresto. Il dottor Giuseppe De Venuto era molto foresto, era di Bari. Lo scelgono apposta, presumono che se ne starà buono, presumono che non romperà le scatole, presumono male.

Perché viene assunto nel febbraio del 1970, 9 mesi dopo:

“Dopo 9 mesi di attività come medico di fabbrica presso la vostra infermeria sono costretto a interrompere il rapporto professionale. Se un sanitario è messo nella condizione di doversi limitare a constatare i casi di malattia conclamati senza poter svolgere un’azione preventiva, cessa nello stesso tempo l’utilità e quindi la ragione della sua stessa presenza in fabbrica”.

Dottor De Venuto Giuseppe.

 

Il dottorino giovane giovane e foresto sa come va il mondo. Fa un po’ di fotocopie della sua lettera di dimissioni, e non solo di quella, e porta tutto negli uffici giusti.

Scandalo! Scoppia uno scandalo! E finalmente si muovono tutti: Comune, Regione, Provincia, Ispettorato del lavoro e anche la Magistratura. Il giudice istruttore ordina subito una perizia tecnica, 244 pagine che si possono riassumere in 4 parole: la fabbrica va chiusa.

Il giudice istruttore scrive a tutti gli interessati dicendo che la fabbrica andrebbe chiusa, gli interessati perdono tempo perché non sanno chi si deve prendere la responsabilità di chiudere la fabbrica e di lasciare a casa gli operai.


Gli operai insorgono, non vogliono restare senza lavoro. Il Procuratore, visto che non l’ha fatto ancora nessuno, ordina la chiusura della SLOI. Randaccio minaccia di chiudere definitivamente, e di lasciare a casa gli operai. Gli operai occupano la fabbrica. Arriva a Trento Miriana Pirazzoli, guida gli operai all’assedio della casa del Procuratore.

Intanto gli abitanti intorno alla SLOI protestano, non vogliono più essere avvelenati dalla fabbrica e la fabbrica dichiara di aver fatto tutte le modifiche necessarie. Però, per sapere se sono sufficienti, bisogna riprendere le lavorazioni. E così la fabbrica può riaprire per un periodo di prova che non finirà mai.

Intanto la giustizia fa il suo corso e l’ordina di cattura per Randaccio arriva nel 1973. E vengono indagati anche Pedinelli e Bertotti. Il verdetto, la sentenza, nel 1975: Randaccio viene condannato a 5 anni di reclusione, Bertotti a 2 con la condizionale, Pedinelli viene assolto per non avere commesso il fatto. Si va in appello e nel 1978 Randaccio viene di nuovo condannato.

Però ormai è troppo tardi.

 

1h 9’ 20”

14 luglio 1978. Verso le 9 di sera quando io e mio cugino Enzo stiamo già dormendo, perché lui ha troppa paura per ascoltare la radio, viene giù uno di quei begli acquazzoni estivi. E piove, e piove, e piove.

Il tetto del deposito del sodio della SLOI è danneggiato, i vetri sono rotti, nessuno li ha sistemati. L’acqua entra nel deposito, bagna i bidoni, bagna proprio un bidone rotto che si accende, esplode, scalda quello vicino, lo fonde, e uno dopo l’altro i bidoni si accendono come dei cerini ed esplodono.

Gli operari dei turni di notte escono per vedere quello che sta succedendo. Lo zio Nino è in portineria, chiama prima i vigili, poi chiama a casa: “Porta subito i bambini e la nonna da mia sorella perché sta bruciando la SLOI. No, il fuoco non arriva fino lì, ma se brucia il Pt… No, non posso venire perché sono di turno, perché voglio che anche mio figlio faccia l’università come mia sorella, porta subito mio figlio da lei”. E riattacca.

E corre ad aiutare, ma non c’è niente da fare, fiamme alte più di 20 metri, fumo denso e scuro, soda caustica polverizzata, non si riesce a respirare, lingue di sodio fuso che schizzano dalle pareti.


1h 11’ 00”

I vigili vengono richiamati, arrivano mezz’ora dopo. E non sanno cosa fare. L’acqua non fa effetto e la povere secca non è sufficiente. Una nube scura ormai copre tutta la città, è soda caustica polverizzata, irrita le mucose ma non è velenosa. E chi può scappa, prova a scappare, perché se il fuoco raggiunge il deposito del Pt, il Pt vaporizza immediatamente…

In un attimo si formerebbe una nube mortale. Il Pt è 30 volte più velenoso dell’iprite, e nei depositi c’è abbastanza Pt per uccidere tutta Trento, e chissà quanti paesi più a nord e chissà quanti paesi più a sud. Altro che la diossina di Seveso, altro che Bhopal, altro che Cernobyl.


Lo zio Nino conta, conta le vie, conta i semafori, conta la coda, forse l’ingorgo… speriamo che non si fermino, conta i chilometri, conta i paesi: Rovereto, Verona, Vicenza, Mestre. Conta, e contando sente di avvicinarsi anche lui alla salvezza.

E chi non può scappare resta a guardare: il sodio che brucia è bellissimo, è una palla di fuoco azzurrognola. Il fuoco è una reazione che può avvenire solo grazie all’ossigeno, e in mancanza di ossigeno ogni fuoco si spegne.

E l’intuizione geniale viene a Nicola Salvati, il comandante dei vigili del fuoco: l’unico modo per arginare l’incendio è di costruirgli una cappa di cemento attorno, e a Trento c’è l’Italcementi. E Salvati fa prendere alcuni autotreni e fa gettare con le pompe 40 tonnellate di cemento sfuso sul sodio in fiamme.

E Trento è salva. E il giorno dopo il sindaco di Trento ordina la chiusura definitiva della SLOI.

[…]

 

 

 

 

Fotografie tratte dalla pagina Facebook di Mario Giuliano

 

 

 

 

 

 

 

Vietato l'impiego di acqua (per la presenza di sodio).