Biogas e biomasse, troppi fumo e soldi per un pugno di rinnovabilità

Biogas e biomasse, troppi fumo e soldi per un pugno di rinnovabilità

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Attraverso l’anomala e selvaggia destinazione dei certificati verdi (una tassa a carico del cittadino) a impianti che bruciano o consumano sostanze in realtà “non rinnovabili” si assiste in Italia alla proliferazione di impianti a biomasse. Questi impianti recano danno all’ambiente e alla salute in una situazione già disastrata come la pianura padana, proprio dove si vuole costruirne a centinaia, e incentivano un modello agroindustriale non sostenibile, sia nel caso di colture dedicate sottratte all’alimentazione, sia nel caso degli allevamenti intensivi “senza terra” (o quasi).

 
Nel caso degli impianti a biomassa con cippato, è sintomatico il caso dell’Alto Adige dove, ad oggi, sono attivi 66 di questi impianti. Non c’è sostenibilità dal momento che nel 2009 il 37,5% del cippato, pari a 452.625 smc su 1.206.028, proveniva dall'estero; inoltre è probabile che negli ultimi due anni questo quantitativo sia aumentato se solo la metà di questi impianti utilizza biomassa locale (vedi tabella). 

 
Non c’è sostenibilità nemmeno nel progetto della centralina a biomasse di Vattaro, prevista in pieno centro storico del paese (guarda qui), a pochi metri dalla scuola elementare (leggi qui la relazione dell’ing. Massimo Cerani).

 
Interventi su biogas

Leggi qui la relazione del Prof. Gianni Tamino.

Leggi qui le slides della presentazione del Prof. Marino Ruzzenenti.

 

     Lundo - Trentino. Vista su biomassa