ECCE

Iraq. L’effetto boomerang (Il mondo dell'informazione)

Per comprendere, attraverso la lettura dei fatti e della realtà, ciò che succede qui e in Medio Oriente. Per evitare di leggere solo una verità, una disinformazione o una menzogna. Per non banalizzare, come dichiara oggi sul Corriere del Trentino, Massimo Campanini, storico dell’Islam, sulle "convenienze" nello scontro tra Islam e Occidente: «[Giova] Di sicuro a chi ha bisogno di un nemico e dopo la caduta dell’Urss ha sentito il bisogno di crearsene un altro. Guardi che non penso a un piano consapevole, a una Spectre, piuttosto alla biopolitica di Foucault. Di certo, la semplificazione di un islam terrorista che vuole distruggere l’occidente è una banalità fuorviante».

Redazione Ecce Terra, 15 novembre 2015   

 

Jean-Marie Benjamin

Iraq. L’effetto boomerang

Da Saddam Hussein allo Stato islamico

1991-2003-2015

Con la collaborazione di Carlo Remeny

Editori Riuniti 

 

Dalla seconda di copertina

Le – aberrazioni in Medio Oriente – della politica americana e dei suoi alleati europei che non sanno più come fermare il «mostro» che hanno creato! Il terribile effetto boomerang della guerra di George W. Bush del marzo del 2003 e delle atrocità commesse dall’invasore americano.

Dalle rivelazioni esclusive di Tareq Aziz (vice-Primo Ministro del governo di Saddam Hussein) sul prima 2003 in Iraq, al ruolo dei servizi segreti francesi e il racconto di fatti accaduti in Vaticano e ad Assisi durante la visita a Roma di Tareq Aziz fino all’attentato a Parigi del 7 gennaio 2015.

Il libro si svolge tra una serie di testimonianze esclusive e interviste. L’autore descrive con precisione organizzazione, strutture, logistica, amministrazione e reclutamento dello Stato islamico. Perché i giovani europei partono per la jihad in Iraq e in Siria? Le loro ragioni e motivazioni. Chi è Abou Bakr al-Baghdadi? Chi finanzia lo Stato islamico? Il pericoloso doppio gioco dell’Arabia Saudita e gli attori delle sommosse in corso in Medio Oriente. L’Iraq di oggi è ingovernabile. L’asse Teheran-Baghdad-Damasco-Hezbollah e lo scontro sciiti-sunniti. Che fare?

 

Dalla terza di copertina

Jean-Marie Benjamin, francese, in Italia da oltre quarant’anni, è stato ordinato sacerdote nel 1991. Già funzionario Onu (Special Event Officer per l’UNICEF). Nel 1999 è stato regista e autore del film per la Rai Padre Pio: La notte del profeta. Impegnato dal 1987 nella denuncia della tragica situazione del popolo iracheno, ha realizzato tre documentari: Iraq: Genesi del Tempo (1988), Iraq: viaggio nel regno proibito (1999), e Iraq: il dossier nascosto (1999). Ha pubblicato: Jean Paul II, l’octobre romain (1981, premio Académie Française); Iraq: l’apocalisse (1999); Obbiettivo Iraq (2002); Peace (2003).

Carlo Remeny, nato a Budapest, è giornalista reporter, esperto di Medio Oriente. Nella seconda metà degli anni ’80 è stato inviato speciale in Medio Oriente per diversi quotidiani, riviste e mass media. È uno dei fondatori e direttore responsabile nel 2002 del sito web d’informazione www.arabmonitor.info. Relatore per diverse edizioni nel master Enrico Mattei sul Medio Oriente presso l’università di Teramo.

 

Da pag. 12

Avevamo perfettamente capito, ben prima di George Orwell, che bisognava reprimere la memoria. E non solo la memoria, ma anche la coscienza di quel che succede davanti ai nostri occhi perché, se la popolazione capisse quello che stiamo facendo in suo nome, è probabile che non lo permetterebbe affatto. (Noam Chomsky)

 

Capitolo 17.0 Tempo presente (pagg. 136-148)

Europa-Stati Uniti, 2014 

Il mondo dell’informazione

I falsari dell’informazione

Manuale di disinformazione e propaganda

Noam Chomsky

Eccomi di ritorno. Tra il 1998 e il 2003, quando tornavo dall’Iraq con informazioni raccolte sul terreno, mi chiedevano di tenere conferenze, in Italia e all’estero. Cosa che ho fatto diverse volte. Con mia grande meraviglia, la gente veniva a esprimermi il suo profondo stupore nel sentire quelle che definivano «delle vere rivelazioni che non avevano mai sentito né letto dalla stampa, a parte poche eccezioni». «Perché i media non dicevano la verità su quello che accadeva realmente in Iraq, o meglio la passavano sotto silenzio?», mi veniva chiesto. La risposta è semplice: perché non andavano in Iraq. L’informazione si limitava a riprendere le dichiarazioni degli ispettori dell’ONU per il disarmo dell’Iraq, delle agenzie di stampa oppure, in occasione dei bombardamenti americani, le menzogne dell’amministrazione Bush. Da parte del pubblico europeo e di quello americano, bisogna confessare che l’indifferenza nei confronti di quello che accadeva in Iraq era quasi totale. I giornalisti, gli uomini politici o i semplici cittadini che si avventuravano a far conoscere sinceramente la verità sulla situazione in Iraq (effetti sull’embargo, dell’uranio impoverito, dei bombardamenti sulla popolazione) erano accusati di essere dalla parte di Saddam Hussein. Una scorciatoia semplice, fallace e indecente, ma efficace quando si vuole denigrare e non si hanno argomenti per farlo. «La denigrazione è la passione dell’indifferenza», diceva san Tommaso d’Aquino.

Ora, io ho dedicato tutti questi anni alla questione irachena perché ero persuaso che al di là dei milioni di morti e della distruzione sistematica di questo Paese, cosa di per sé incoerente, ciò che sarebbe successo in seguito avrebbe provocato sconvolgimenti non solo nel Paese di Abramo ma in tutto il Medio Oriente.

Oggi ancora, il modo in cui il pubblico viene informato, lascia perplessi. È normale: la macchina mediatica è al servizio di coloro che la finanziano e quando è finanziata dallo Stato, è al servizio della sua politica estera. Sono i «media di servizio». L’arte del governo sta nel promuovere la menzogna al grado di strategia e di passare queste menzogne ai cittadini attraverso la televisione, la stampa.

Ritmo dell’informazione, menzogne fatte circolare meglio tramite qualche verità, informazioni taciute, commenti orientati secondo le opinioni politiche del canale, giornalisti che utilizzano un lessico ben specifico, il pubblico non arriva più, in questo modo, a discernere la verità dalla menzogna, la realtà dalla finzione. Grazie a Dio, esiste ancora certa stampa scritta che ha il coraggio delle proprie opinioni e trasmette un’informazione ben fatta, precisa e vera. Anche Internet è uno strumento importante grazie al quale è possibile trovare media ben informati, con un linguaggio corretto, e anche i blog sono utili. In breve, quando si vuole davvero saperne di più sulla verità degli avvenimenti che ci circondano, si cerca, e si trova.

Negli Stati Uniti, centinaia di migliaia di dollari sono versati ogni anno a società specializzate nella fabbricazione di falsi documenti, per la realizzazione di video, per comprare giornalisti che scriveranno articoli costruiti da documenti diversi, di cui il lettore non potrà mai verificare la veridicità, per organizzare false testimonianze, realizzare la messinscena di reportage ingannatori. L’arte di simulare, trasformare, mistificare; in sostanza, manipolare le coscienze.

Torniamo a un esempio celebre di propaganda.

Nel 1991, durante la guerra del Golfo contro l’Iraq, le agenzie specializzate degli Stati Uniti avevano fabbricato dei video di propaganda che erano stati immediatamente distribuiti ai canali televisivi di tutto il mondo. Del resto è una cosa che continuano a fare anche oggi. Molti ricordano la storia delle incubatrici dell’ospedale di Kuwait City quando i soldati iracheni avevano occupato il Kuwait. Una infermiera minuta, con gli occhi pieni di lacrime, raccontava alle Nazioni Unite come i cattivi soldati di Saddam Hussein, che erano penetrati nell’ospedale, avessero volontariamente tagliato l’elettricità per le incubatrici, provocando la morte di diversi neonati.

La testimone, Nayirah, infermiera dell’ospedale, si rivelò più tardi essere la figlia dell’ambasciatore del Kuwait a Washington. Questa messinscena è stata girata in uno studio a New York dalla società americana Hill & Knowlton per una somma colossale. Nonostante le informazioni su questo falso video siano state in seguito diffuse via Internet e da qualche media, praticamente nessuno ha poi saputo che questo video era falso e il pubblico crede ancora oggi alla storia dei cattivi iracheni che tagliavano l’elettricità alle incubatrici dell’ospedale di Kuwait City per far morire i neonati.

Si tratta di un esempio, ma decine di video fabbricati in studio, con la partecipazione di attori ben remunerati sono, ancora oggi, diffusi dai media per ingannare l’opinione pubblica. Non che i media siano complici di disonestà, di questo vero e proprio imbroglio intellettuale, ma non sempre hanno la possibilità di verificare il contenuto delle informazioni che ricevono. Farlo richiederebbe troppo tempo e l’argomento non sarebbe più d’attualità. Bisogna anche riconoscere che non è sempre facile per un giornalista che conosce la verità di un’informazione conformarsi alle direttive di chi è in alto, direttive che non sono sempre compatibili con l’integrità dell’informazione o con quella del giornalista.

La propaganda e la disinformazione sono due pratiche distinte che hanno lo stesso fine. La propaganda è una tecnica vecchia quanto il mondo. Il Senato romano, in tutte le guerre dell’Impero, la utilizzava puntualmente. Nel 1940, Joseph Goebbels, capo del dipartimento della propaganda del Terzo Reich, affermava: «Quando dite una menzogna, la dovete ripetere mille volte, alla fine la gente crederà che sia vera». È una tecnica che era applicata anche da Stalin e in altre dittature. Oggi, con i potenti e molteplici mezzi di comunicazione, gli stati democratici la utilizzano, in modo forse più sottile ma comunque molto efficace. La propaganda è universale e permanente. È un elemento proprio della politica, quale che sia il sistema, l’ideologia o il regime al potere. Perché possa funzionare e sia efficace, bisogna ripetere l’informazione falsa, fino a quando non passi come verità. La pubblicità cerca di convincere su un prodotto reale, la propaganda, invece, modifica, trasforma, esalta una realtà potenziale.

La propaganda esagera, gonfia, deforma la realtà; la disinformazione, invece, manipola, seleziona, filtra, trasforma la verità.

La propaganda è principalmente utilizzata dai governi per sedurre, raggiungere, convertire gli indecisi. Serve anche a rinforzare il campo dei convinti, dei simpatizzanti. La propaganda può anche esasperare la tensione per instaurare un clima di paura, aumentare la preoccupazione dei popoli, convincere i paesi alleati, screditare l’opposizione del governo al potere.

Deve anche persuadere l’opinione pubblica che la maggioranza è dalla parte del governo, o del Paese. Un esempio: gli Stati Uniti e qualche Paese europeo vogliono andare a bombardare l’Iraq, la Siria, la Libia o altrove. I nostri uomini politici, a turno con i media, affermano che si tratta di una decisione della «comunità internazionale». Solo l’America e l’Europa sono d’accordo contro il resto del mondo ma la propaganda delle democrazie occidentali deve far entrare nella testa della gente che il mondo intero è d’accordo. La «comunità internazionale» è ridotta alla coppia Stati Uniti/Europa, con qualcuno dei loro satelliti: l’Australia, il Canada e Israele, ovvero circa un miliardo di individui sui 7,5 miliardi del pianeta. La «comunità internazionale» è un’esclusiva occidentale.

Un altro esempio, difficile da credere tanto è madornale, riguarda la decisione della Francia di intervenite in Mali. Era assolutamente sola nel voler fare la cosa, anche gli americani e gli inglesi si erano rifiutati. Nessun Paese europeo, neanche l’ONU, ha impiegato un solo militare. In seguito, ne hanno inviati alcuni, per non far offendere troppo François Hollande. Fate memoria: i francesi hanno sentito i loro uomini politici e i media ripetere che «la comunità internazionale» sarebbe intervenuta. Un solo Paese si fa passare per «la comunità internazionale»! È forte, davvero forte.

Noam Chomsky ha scritto: «Non si può dire che i governi controllino i media poiché i governi sono i media». La sua tesi è che i media sono dipendenti delle grandi società capitalistiche e sono quindi spinti a produrre informazioni e giudizi conformi agli interessi di queste società.

Noam Chomsky ha dedicato un lavoro magistrale al sistema di manipolazione delle masse. Il filosofo nord-americano ha stilato una lista delle «dieci strategie di manipolazione» utilizzate dai governi e largamente riutilizzate dai media di servizio. Le riassumo:

1. - La strategia del diversivo

Elemento primordiale del controllo sociale, la strategia del diversivo consiste nello spostare l’attenzione del pubblico dai problemi importanti e dai cambiamenti decisi dalle élite politiche ed economiche, grazie a un flusso continuo di distrazioni e di informazioni insignificanti. «Attirare l’attenzione del pubblico, distrarla, lontano dai veri problemi sociali, catturarla attraverso argomenti che non hanno reale importanza. Mantenere il pubblico occupato, occupato senza lasciargli tempo per pensare» (estratto da Armi silenziose per guerre tranquille).

2. - Creare i problemi, poi offrirne le soluzioni

Questo metodo è anche chiamato “problema- reazione- soluzione”. Si crea dapprima un problema, una «situazione-prova», per suscitare una certa reazione del pubblico, con lo scopo che sia il pubblico stesso a chiedere misure che si desidera fargli accettare. Per esempio: lasciar sviluppare la violenza urbana, o organizzare attentati sanguinosi, in modo che sia il pubblico a chiedere leggi «sicurizzanti» a scapito della libertà.

3. - La strategia della gradualità

Per far accettare una misura inaccettabile, basta applicarla progressivamente, a gradi, anche su una durata di dieci anni. È in questo modo che condizioni socio-economiche radicalmente nuove (neoliberismo) sono state imposte negli anni dal 1980 al 1990. Disoccupazione di massa, precariato, flessibilità, delocalizzazione, salari incapaci di assicurare un reddito decente, un numero enorme di cambiamenti che avrebbero causato una rivoluzione se applicati brutalmente.

4. - Strategia della posticipazione

Un altro modo per far accettare una decisione impopolare è di presentarla come «dolorosa ma necessaria», ottenendo il consenso del pubblico nel presente per un’applicazione nel futuro. È sempre più facile accettare un sacrificio futuro che un sacrificio immediato. Intanto perché lo sforzo non si deve fare sul momento. E poi perché il pubblico ha comunque sempre la tendenza a sperare ingenuamente che «domani tutto andrà meglio» e che il sacrificio chiesto potrà essere evitato. Insomma, questo lascia al pubblico il tempo per abituarsi all’idea del cambiamento e accettarlo con rassegnazione quando arriverà il momento. Poco a poco, si farà abituare la gente a questo cambiamento, su uno spazio di tempo più o meno lungo, fino al giorno in cui il cambiamento avverrà.

5. - Rivolgersi al pubblico come a un bambino piccolo

La maggior parte delle pubblicità destinate al grande pubblico utilizza un modo di parlare, degli argomenti, dei personaggi e un tono particolarmente infantile, come se lo spettatore fosse un bambino piccolo o limitato. Più si vorrà ingannare lo spettatore, più verrà utilizzato un linguaggio infantile. Perché? «Se ci si rivolge a una persona come se avesse dodici anni, allora, e in ragione della suggestionabilità, si avrà, con una certa probabilità, una risposta o una reazione così priva di senso critico proprio come se quella persona avesse davvero dodici anni» (Estratto da Armi silenziosi per guerre tranquille).

6. - Fare appello all’emozione più che alla riflessione

Fare appello al lato emotivo è una tecnica classica per mandare in corto circuito l’analisi razionale, e dunque il senso critico dell’individuo. Inoltre, l’utilizzo del registro emotivo permette di aprire la porta d’accesso all’inconscio per impiantarvi idee, desideri, paure, pulsioni, o comportamenti. Si fa appello all’emozione più che alla riflessione. Questa tecnica di propaganda è stata pienamente sfruttata da George W. Bush e dalla sua amministrazione dopo l’11 settembre 2001. Seminare la paura, l’angoscia, terrorizzare dicendo che il peggio può ancora arrivare, che siamo sotto minaccia. Giocare fino in fondo sul registro emotivo delle popolazioni, poiché un pubblico che ha paura è in condizioni di ricettività passiva, e ammette più facilmente quello che gli si vuole far credere. L’emozione, quando è utilizzata per i fini della propaganda, paralizza lo spirito critico dell’uditorio e provoca il transfert della carica affettiva. Una popolazione che ha paura è più ricettiva alle idee che le si vogliono inculcare di una che si sente in sicurezza. Si crea innanzitutto una «situazione-prova», per suscitare una certa reazione del pubblico, in modo che sia lui stesso a chiedere le misure che gli si vogliono far accettare.

7. - Mantenere il pubblico nell’ignoranza e stupidità

Fare in modo che il pubblico sia incapace di capire le tecniche e i metodi utilizzati per controllarlo e schiavizzarlo. «La qualità dell’educazione data alle classi inferiori deve essere la più bassa, in modo che il fossato dell’ignoranza che isola le classi inferiori dalle classi superiori sia e resti sconosciuto e incomprensibile per le classi inferiori» (Estratto da Armi silenziosi per guerre tranquille).

8. - Incoraggiare il pubblico a compiacersi della mediocrità

Incoraggiare il pubblico a parlare in modo volgare per dare l’impressione della libertà mentre in realtà lo si spinge nella facilità del ridicolo, del banale, dell’incolto.

9. - Colpevolizzare

Far credere all’individuo che è il solo responsabile della propria disgrazia, per l’insufficienza della sua intelligenza, delle sue capacità o dei suoi sforzi. Così, invece di rivoltarsi contro il sistema economico, l’individuo si sottovaluta e si colpevolizza, cosa che genera uno stato depressivo di cui uno degli effetti è l’inibizione all’azione. Si installa l’apatia collettiva.

10. - Conoscere gli individui meglio di quanto essi stessi si conoscano è il mezzo più efficace per manipolarli e controllarli.

Secondo un obiettivo programmato sul pubblico, soprattutto tramite le informazioni televisive, la propaganda amplifica o diminuisce l’importanza di un fatto di attualità. Un esempio: quando l’ostaggio francese Philippe Verdon è stato rapito il 24 novembre 2011 in Mali e assassinato nel marzo 2013 da al-Qaeda nel Maghreb islamico (Aqmi), la notizia è stata sulla prima pagina dei giornali e dei media per due giorni, forse tre, e il pover’uomo ha avuto diritto solo il 16 luglio 2013 a un comunicato del capo di Stato ai francesi che annunciava la morte del geologo. Stessa procedura e stesso tipo di dichiarazione del governo per altri ostaggi francesi. Per Hervé Gourdel il tono è stato decisamente più alto: dichiarazioni escatologiche di François Hollande e del governo, una settimana di reportage su tutti i canali televisivi, pagine intere dedicate alla questione; bisognava preparare psicologicamente i francesi all’intervento della Francia in Iraq e nelle guerre contro il terrorismo islamico, ovunque nel mondo.

Il linguaggio, i termini utilizzati per la propaganda hanno un’importanza primordiale, soprattutto attraverso i mezzi di comunicazione di massa. Un esempio che colpisce è l’utilizzo della parola «estremista». È riservato agli islamici, all’Islam radicale, perché il linguaggio dei media ha associato «estremista» a «terrorista». Le religioni monoteiste hanno tutte i loro «estremismi», anche gli ebrei e i cristiani. Gli ebrei estremisti radicali sono chiamati «ebrei ortodossi» o «ultraortodossi». Quanto ai cristiani, come i battisti che giravano intorno a Bush per spingerlo alla guerra in Iraq, sono chiamati «neoconservatori». È in fondo molto più elegante di «estremisti cristiani», o «fondamentalisti cristiani», che in sé ha qualcosa di peggiorativo. L’espressione «fondamentalista cristiano» è riservata in generale ai cristiani pacifisti che, per esempio, manifestavano contro la guerra. Certo, quando è l’Occidente che la fa; quando sono gli altri a farla, ritornano a essere, semplicemente, «cristiani».

Ci sono anche gli attacchi che sono «chirurgici»: non «vittime» ma «effetti collaterali». Nel 1990, l’Iraq ha invaso il Kuwait mentre Israele «entra» nei territori occupati o a Gaza. Bisogna anche «addolcire» l’impatto delle parole: non ci sono più i «poveri» ma gli «svantaggiati», non «ciechi» ma «non vedenti», non «immigrati» ma «migranti», non «vecchi» ma «senior», non «licenziamenti» ma «piani di salvaguardia». C’è anche la valorizzazione semantica: «i valori della repubblica», le «libertà», la «democrazia», parlare in nome «della Francia», o di un Paese, i francesi «sanno», come anche la ripetizione della stessa parola, della stessa frase: «il presidente che io sarò…». Anche la lusinga è molto utilizzata.

Gli aggettivi vengono scelti a seconda dell’impatto che si vuole ottenere sul pubblico. In occasione delle manifestazioni in Iran o in Russia, i commenti sottolineano le «violente repressioni della polizia…». Se le manifestazioni si svolgono in Francia, in Italia, in America o in Grecia, ad esempio, «gruppi facinorosi e violenti hanno provocato la polizia…». Tuttavia la situazione in Francia, in Italia o negli Stati Uniti diventa imbarazzante quando la polizia spara e ci sono dei morti.

Un discorso, un’informazione, può anche contenere approssimazioni, imprecisioni, infilate rapidamente tra due frasi, senza riferire la fonte, ma con lo scopo di dare al discorso un valore scientifico, una referenza di credibilità. Praticamente nessuno di coloro che ascoltano sarà in grado di poter verificare l’informazione. È un modo sottile di agire sulle coscienze. La propaganda è un processo volto a influenzare il giudizio di chi riceve l’informazione. Deve agire su chi ascolta per persuaderlo che ciò che sente è la verità. Una strategia d’influenza che richiede dei mezzi tecnici considerevoli poiché il suo obiettivo è di formattare le menti. Non soltanto per mezzo dei mass media ma anche per gestire gli interessi politico-economici nazionali o di mondializzazione dei mercati, o per appropriarsi di interessi geostrategici. Il linguaggio cambia a seconda dell’impatto che avrà sul pubblico. Per esempio, per i media americani, gli Stati Uniti sono andati a fare la guerra nel sud del Vietnam per difendere il Vietnam, ma i Russi hanno attaccato l’Afghanistan per occupare il Paese. Gli americani vanno a liberare il popolo iracheno dalla dittatura e a portare le democrazia, ma difendono il dittatore Pinochet contro l’invasione del comunismo.

Un mezzo efficace di propaganda è l’argomentazione ingannevole che consiste nel presentare solo l’aspetto positivo di un progetto senza dire niente dei suoi aspetti negativi. L’informazione su un fatto veritiero non impedisce di ottenere altri fatti anch’essi veritieri. La propaganda affibbia un’etichetta a qualcuno o a qualcosa, per darne un’immagine positiva o negativa. La disinformazione ha per finalità principale l’indottrinamento. L’arte del sofismo è quell’abilità oratoria che sa manipolare il vero come il falso e che continua a funzionare e ad alimentare i discorsi dei politici fino ai nostri giorni. Ancor di più, ai nostri giorni, il sofismo dei politici è veicolato e diffuso su grande scala dalla stampa e dai media di tutto il mondo.

In breve, la propaganda è un insieme di tecniche di manipolazione delle masse. Attenzione alla differenza: in un sistema totalitario, la gente sa che si tratta di propaganda, ma nel pluralismo delle democrazie, la gente non sa più se si tratta di propaganda, di disinformazione o, semplicemente, delle verità.

Quando la propaganda diventa menzogna, entra nel campo della disinformazione. La disinformazione utilizza la manipolazione, modifica l’informazione, seleziona il contenuto. La diffusione di un flusso continuo di informazioni che si susseguono, intervallate da immagini e musica, lascia al pubblico poco tempo per assimilare o analizzare quello che sente. Come diceva Platone: «Lo sciocco non è istruito che dai fatti». E per i media è «il fatto» che conta, innanzitutto. È per questo che la disinformazione è più facile averla con l’informazione dei media che con la stampa d’opinione.

È evidente, la propaganda e la disinformazione non sono propri né un’esclusività dell’Europa o degli Stati Uniti. La Russia, la Cina, l’America latina, il Giappone, dappertutto e da tutti i governi del mondo, propaganda e disinformazione sono utilizzati per resettare e orientare le coscienze delle popolazioni. Quello che mi interessa trattare in questo modesto libro, è la relazione propaganda-disinformazione con le politiche occidentali sul Medio Oriente. L’esempio dell’amministrazione Bush con la questione irachena non è, ahimè, che una goccia nell’oceano. 

2 ottobre 2014. Accendo la televisione per un dibattito sull’Iraq e sulla Siria. Mi siedo e sento parlare due giornalisti e un esperto di Medio Oriente. Il Parlamento turco ha appena dato l’assenso a un intervento militare, in seno alla coalizione internazionale, contro l’ISIS e altri gruppi. L’intervento turco riguarderebbe particolarmente la Siria. Uno dei due giornalisti prende la parola. Salto sulla sedia. Non posso credere alle mie orecchie! Il giornalista spiega con tutta calma che sarebbe il presidente siriano Bashar al-Assad ad aver armato gli estremisti islamici (cioè al-Nusra e l’ISIS) per spingere la comunità internazionale a intervenire al suo fianco contro gli islamici. Rivoltare la situazione e la realtà dei fatti fino a questo è inimmaginabile! Ho davvero capito bene? Sì, ho capito bene, quest’uomo sta spiegando ai francesi che i gruppi islamici sono stati armati da Bashar al-Assad. Ecco uno splendido esempio di disinformazione e di disinformatore. Tutti sanno che lo stato islamico è finanziato e armato dall’Arabia Saudita e dal Kuwait e al Nusra dal Qatar, e che la dinastia saudita ha fatto di tutto per convincere gli Stati Uniti a intervenire in Siria per togliere dal potere lo sciita Bashar al-Assad. L’Arabia Saudita dà ovunque, nel Medio Oriente e nel mondo, sostegno di ogni genere agli islamici, soprattutto in Siria, ma per il nostro esperto d’informazione, che parla in diretta alla televisione, sarebbe Bashar al-Assad a finanziare e ad armare i terroristi islamici! Non ha, del resto, portato alcuna prova né informazione sulle fonti delle sue affermazioni. È quella che si chiama disinformazione allo stato puro.

In effetti, quando si ascoltano alla televisione certi esperti e giornalisti spiegare l’attualità, soprattutto internazionale, si ha l’impressione che non parlino tanto a noi, ma si rivolgano piuttosto ai loro capi. Prendiamo, rapidamente, un altro esempio di disinformazione. Dico «rapidamente» perché se dovessimo riportare la lista delle menzogne, manipolazioni, propagande e disinformazioni che certi media hanno messo nella testa dei loro ascoltatori o lettori, solo per l’Europa, dovremmo dedicarvi diversi volumi.

Dall’inizio della crisi siriana, il canale francese France 24 («il meglio dell’informazione») ha scelto di dare soddisfazione tanto alla direzione del canale quanto al telespettatore. La cosa non deve essere facile da gestire, immagino. Il 7 giugno 2011, il canale diffondeva la voce di una persona che diceva di essere l’ambasciatrice di Siria a Parigi, Lamia Chakkour, che annunciava le sue dimissioni e accusava la Repubblica araba di Siria di crimini contro l’umanità. In realtà si trattava della voce di una giornalista del canale, che parlava da un altro studio. Quando la vera ambasciatrice chiese una rettifica, si sentì rispondere che le avevano appena dato la parola. Per tutta la giornata, i canali alleati (BBC, Sky, CNN, al Jazeera e al Arabiya) diffusero la notizia delle «dimissioni». Il Quai d’Orsay (Ministero degli esteri francese) telefonò agli Ambasciatori di Siria nel mondo per spingerli «allo stesso modo» alle dimissioni, inutilmente. Infine, la signora Chakkour riusciva a prendere la parola sui canali francofoni non francesi, poi su Bfm Tv. France 24 diffuse, allora, solo una smentita. È anche possibile che France 24 sia stata vittima di un eccesso di zelo del giornalista. Chi lo sa!

«La propaganda sta alle democrazie come la violenza alle dittature», dice Noam Chomsky.