A Roncegno il “creativo” golf, a nozze con la creatività siderurgica

A Roncegno il “creativo” golf, a nozze con la creatività siderurgica

 

 

Il Trentino sembra non perdere occasione per buttare soldi in… buca, stavolta a Roncegno.

Nell’immaginario collettivo, dire golf rimanda a quell’artificiale manto verde che sembra il prato di un paradiso terrestre. Un impianto da golf è uno degli interventi sull’ambiente più impattanti e meno conveniente, qui ci limitiamo a considerare gli impatti del consumo di acqua e di pesticidi necessari per mantenere il green.


Anche Roncegno vorrebbe investire nel golf (con quanti soldi pubblici?) perché sembrerebbe un espediente per rilanciare il turismo. Se dal campo da golf si dovesse intravvedere qualche sbuffo di fumo della scadente acciaieria, poco distante, basterebbe comunque per riportare verso il basso ipotetici rilanci turistici che fanno a pugni con il “rilancio” dell’industria siderurgica di Borgo.

Pare che anche stavolta la Provincia sia disposta a scommetterci e a contribuire. Dice l’assessore Mellarini, forse in vista della prossima legislatura: «Noi ci siamo e ci impegniamo perché crediamo che Roncegno, la Valsugana e il Lagorai con la loro creatività saranno parte integrante del futuro turismo verde del Trentino» (l'Adige, 1 maggio 2013). 

 

L’amministrazione di Daiano voleva realizzare un campo da golf da 18 buche alle Ganzaie, ma si è convenuto che non ne valeva la pena dopo un partecipato referendum che ha bocciato il progetto. Sui grossi bisogni di acqua dell’archiviato golf di Daiano, Ruggero Vaia aveva diffuso un chiaro contributo che potrebbe essere utile anche ai ronzegneri.

Anche sull'altopiano di Piné, dove fantasia e creatività se ne vanno oltre l'immaginabile - "con alcune buche e una club house", per "destagionalizzare e completare l’offerta" - al passo coi tempi per "valorizzare", nel segno della modernità, la frana di Campolongo. Un prato o un bosco con le infinite varietà di fiori del pinetano, o un campo di patate e fagioli valgono troppo poco, sono scontati, gratis, annoiano, meglio sterilizzare così il turista, meno il residente, forse si diverte meglio e paga di più.

Riportiamo una nota di Andrea Atzori, giornalista pubblicista, esperto in questioni ambientali, che tratta anche del consumo di pesticidi del golf (leggi in fondo).

 

Redazione Ecce Terra

Trento, 3 maggio 2013

 

 

     La frana di Campolongo, ferragosto 2010

 

 

Pesticidi

 

Anche in questo delicato settore non mancano i tentativi di mascherare i possibili pericoli dell’utilizzo di diserbanti e pesticidi per la manutenzione dei greens. Gli sforzi propagandistici, bisogna riconoscerlo, delle varie Federazioni golfistiche sono notevoli e hanno cercato di coinvolgere in questi anche alcune associazioni ambientaliste, enti e istituzioni. Il tutto per cercare di fugare i pesanti dubbi sui rischi di inquinamento di risorse idriche, faunistiche e vegetali in prossimità dei percorsi sportivi.

 

Interessante e dettagliato a proposito dei rischi sanitari da pesticidi, il rapporto del Procuratore generale di New York Elliot Spitzer a proposito del campi di Long Island.

Per il settimanale New Scientist un campo da golf in Giappone, su un campo si impiegano mediamente una tonnellata e mezzo di prodotti chimici all’anno, una quantità superiore di 8 volte quella utilizzata per i campi da riso. Stima inferiore viene fatta dal Journal of Pesticides Reform che si ferma a 750 chili per anno in un campo standard negli Usa.

Uno studio del Sport Turf Research Institute lancia l’allarme sul sovradosaggio dei fertilizzanti a base di fosfati tanto da scrivere “il terreno in certi casi potrebbe essere venduto direttamente come concime chimico”.

Ancora negli Usa l’Audubon Society ha tentato di individuare i criteri di classificazione dei campi da golf in base al grado di ecologicità. Una strada che non convince del tutto le altre associazioni ambientaliste e in particolare il Sierra Club altro storico e combattivo movimento statunitense.

 

La tattica seguita ora da club e società golfistico-immobiliari anche in Europa è quella dotarsi di codici volontari per poter vantare patenti pseudo-ecologiste. Lo scopo dichiarato è da una parte di cercare di rifare il trucco ad un’immagine non positiva del golf e dall’altra, più concretamente, accelerare autorizzazioni degli enti pubblici e cercare di superare le opposizioni locali.

Una sorta di decalogo delle buone intenzioni è stato redatto nel 1997 dall’Associazione Europea del Golf insieme ad Audubon International, arrivato poi alla sigla di una dichiarazione comune: Valderrama del 1999. Pura e semplice operazione d’immagine tanto è vero che mai si parla di inserire i campi da golf nell’elenco di opere da sottoporre obbligatoriamente alla Valutazione d’Impatto Ambientale.

In Danimarca i 135 campi da golf (il 40% del totale) che sorgono su terreni statali o comunali entro quest’anno (2003) dovranno adeguarsi ad un bando completo dei residui di pesticidi previsti che possono inquinare le acque di falda. Ciò è prescritto dalla normativa nazionale riguardante questo paese, segno evidente di un problema esistente.

Sempre dagli Stati Uniti, per cercare di ovviare alle critiche sull’uso eccessivo di pesticidi nel golf, arrivano ora anche i prati biotech, ma le proteste non si fiaccano. Anzi, la Società americana del paesaggio, insieme all’economista new global Jeremy Rifkin, ritengono che si cada dalla padella alla brace e ha chiesto al Ministero dell’Agricoltura di ordinare la sospensione dei test condotti dalle note multinazionali leader (fra le quali la Monsanto) delle coltivazioni geneticamente modificate.