ECCE ITALIA

Lettera aperta di Laura Giovannini, dopo l'appello del 6 aprile

Lettera aperta dopo il mio appello del 6 aprile 2012

 


Buon giorno, sono Laura


La prima cosa che voglio dire è il sentito grazie a tutte le persone che lo hanno letto e si sono lasciate toccare il cuore, per ogni parola buona e pensiero affettuoso, preghiera che ho ricevuto e per quello che non ho ricevuto concretamente, ma ho sentito accompagnarmi e darmi forza e pace. Grazie anche a coloro che con i loro dubbi e perplessità mi hanno fatto riflettere e chiarire meglio le idee. A coloro che con le loro capacità si sono offerti di dare risonanza ed hanno diffuso l’appello. Sono stata bloccata finora dal dare seguito alle idee e proposte di aiuto ricevute, per rispetto a mio figlio che non vuole appoggi ed ha scelto di difendersi da solo, ma io sono sua mamma e nonostante lui provo a fare il possibile, convinta che questo coincida con il GIUSTO. Sono convinta che quello che succede in quel tribunale riguarda tutti noi perché è un fatto di civiltà, la nostra civiltà, di democrazia, la nostra democrazia, di valori, i nostri quali sono?


Non è solo per mio figlio, per me, ma per tutti quelli che senza voce, senza parole subiscono, qui nel nostro “Bel Paese”.


Spesso mi sono trovata a discutere con lui e per questo posso dire che, per una persona comune come me, non è facile comprendere gli anarchici. A me sembra che pur essendo in questo mondo lo guardano da una prospettiva diversa, difendono come combattenti in guerra i valori in cui credono, anche se le loro armi sono principalmente le parole e le idee. Non si curano delle incomprensioni e questo fa si che non attirino nella massa grandi simpatie. Gli anarchici, rifiutando ogni tipo di organizzazione gerarchica, non hanno partiti che li aiutino. Condividono la sorte con tutti quelli che in qualche modo sono emarginati e possono contare solo sulle proprie forze, il mutuo aiuto e la solidarietà. Anche chi emarginato non lo sarebbe per condizione o provenienza, lo diventa inevitabilmente, tanto più se rinuncia ad usare i canali ufficiali che ci sono per spiegarsi, convinto che tutti coloro che hanno potere siano in malafede. Questo perché contestano il concetto in sé di potere come struttura, rifiutandosi di scendere a compromessi e trovandosi perciò spesso isolati.


Vivere in questi tempi per le persone sensibili non è facile, ci sono luci ed ombre molto grandi, in tanti sentiamo che qualcosa o tanto deve cambiare. Questo vuole essere il mio contributo al cambiamento, l’espressione di quello che non conoscevo ed ho imparato nella relazione con il diverso nella mia famiglia, che la stampa ha additato come colpevole di tante violenze, costruendo la figura del nemico interno alla società.


La mia maestra di meditazione ha detto: “Non vi è nemico per chi ha il sole nel cuore” ed io l’ho sperimentato. Mio figlio, che da un lato trovo idealista e pieno di rispetto, dall’altra conosce anche tante cose che io non conosco, e trae le sue conclusioni, perciò con la sua criticità e la sua sete di giustizia è considerato un nemico, e tale ruolo si sente ed interpreta. È chiaro che la durezza porta a durezza e non ci vedo niente di buono per nessuno.


Non voglio credere che tutti i poliziotti siano spietati e corrotti, ci sono persone buone che quotidianamente rischiano per nemmeno troppi soldi, ma purtroppo la realtà nascosta che ho conosciuto è sconcertante.


Io non voglio vedere solo i problemi della giustizia, anche lì c’è chi ha pagato con la propria vita la ricerca della verità. Senza arrivare a tanto (che è quasi sovrumano), ci sono sicuramente persone che usano la loro coscienza e fanno tutto quello che possono nella quotidiana frustrazione. Ci sono più eroi silenziosi di quanto possiamo sapere.


È in queste persone che posso sperare ed a loro rivolgermi, sapendo quanto faticoso è convivere con il marcio che c’è, senza arrendersi ed adeguarsi.


L’ho sperimentato, con il mio appello (che ingenuamente volevo restasse tra le mail silenziose, ed invece ha avuto eco ed è arrivato come un urlo, ma era anche un pianto). Ho sperimentato che esistono giornalisti che hanno usato il loro tatto, la loro professionalità e lo hanno diffuso, non li ho ancora ringraziati, perché ero sotto shock… sono timida di carattere e paurosa (non hanno atteso il mio consenso per farlo e solo la fede che fosse per il bene mi ha sostenuto nell’imbarazzo provato).


Secondo me in questi tempi difficili coloro che non sono mossi da interessi personali, dovrebbero trovare i valori che li accomunano ed un linguaggio che unisce, questo è quello che sto tentando, scrivendo.


Sarebbe positivo se gli anarchici potessero sperimentare che non solo i compagni di lotta sono solidali, o arrabbiati di fronte ad una società dove assistiamo quotidianamente a corruzione, ad abusi di potere od alla violenza della repressione, verso chi manifesta il dissenso pubblicamente.


Lo siamo in molti, anche se per amore della pace, scegliamo di non manifestare e troviamo modi diversi per sopravvivere alle quotidiane difficoltà ed impegni, con una situazione economica e lavorativa sempre più pesante e con sempre meno spazio per le cose che davvero contano: le relazioni, il tempo libero, la cura dei nostri bambini, o gli anziani, o gli ammalati.


Per quanto riguarda il civile diritto di esprimere pubblicamente dissenso, per le scelte che qualcuno fa sopra le teste delle persone, specie di quelle che sembrano non avere diritti, come i migranti o coloro che hanno idee poco conformi, ciò che è successo a mio figlio e compagni mi fa seriamente preoccupare per quella che credevo essere una democrazia.


È per questo che ho accettato di espormi, non sono anarchica, ma mio figlio lo è; io sono stata testimone muta e non potevo più tacere, se volevo un minimo di pace con la mia coscienza.


È per questo che ho chiesto aiuto ed ho immaginato che, ascoltandomi, forse il silenzio non fosse più così assordante per il grido di ingiustizia trattenuto. Ho immaginato che invece di contare solo sulle proprie forze e resistere, anche altri si unissero, dato che quando si accende la luce, allora il buio svanisce.


Quanti manifestanti devono venire massacrati, intossicati con il gas, prima che siano troppi? Perché non possiamo manifestare senza rischiare di essere picchiati? Quante mamme, nonne, ragazze, sorelle, zie devono piangere e farsi forza ancora, da una parte e dall’altra della barricata?


Non credo che abbiamo bisogno di combattenti morti, feriti e picchiati, abbiamo bisogno di gentilezza, di unire le forze luminose che in ognuno ci sono, di costruire insieme la speranza, il bel mondo che vogliamo, finché ancora siamo in tempo.


Voglio credere che ogni persona possa ritrovare la propria parte migliore, quella che non cede alla disperazione ed ama con tenacia.


Così come dopo tante lacrime, sensi di colpa, paura, dubbi e tormento si è svegliata in me e mi ha dato il coraggio di scrivere, trovando risonanza in tutti quelli che hanno risposto e dimostrandomi che la solidarietà è possibile, anche per chi parla di un anarchico (uno tra i tanti).


Per rispondere a chi mi ha chiesto: “MA CHE COSA POSSIAMO FARE ?” vorrei dire:


Ogni messa in dubbio delle idee irrigidite, ogni orecchio attento ogni interrogarsi… sono una risposta, anche il senso di colpa per non agire di fronte al sopruso che non ci tocca, ma sappiamo esistere è una grande risposta (quanto mi sono sentita in colpa io…), ma non ci deve schiacciare.


Ogni gesto di aiuto a qualcuno, al posto del giudizio arriva e non sarà dimenticato, anche solo uno sguardo di compassione quando vedo un mendicante, o il non far finta di non vedere quando uno zingaro o un extracomunitario viene fermato per il controllo dei documenti…


La prima volta che sono andata a trovare mio figlio in prigione, e potete immaginare come mi sentivo, ho avuto parole buone, semplici, alle lacrime che non riuscivo a trattenere, da quelli che erano lì come me, ricordo una donna, non so di quale paese, che mi ha chiesto: “Perché piangi signora? Chi hai qui? Non piangere…” e soprattutto non ci sono andata sola. È bene accompagnare chi è in difficoltà… e tra le difficoltà, metto anche l’incapacità di ritrovare fiducia e pace.


Ritorniamo a credere che qualcosa la possiamo cambiare, specie se dal basso.

Troviamo nuove forme per fare ascoltare la nostra voce, per manifestare il dissenso, non cedendo alla paura che fa richiudersi, né alla violenza, che fa male.


Ho immaginato che potremmo anche stare in silenzio insieme da qualche parte, invece che gridare inascoltati… O raccoglierci in luoghi pubblici belli, come i parchi con una lettera scritta in stampatello maiuscolo sulla maglia per comporre parole, mettendoci vicini, come nel gioco: cocktail di parole con poi la possibilità, incontrando altre persone/lettere di formare nuove parole o frasi. Oppure potremmo stare dove stiamo, indossando una cosa a simbolo di solidarietà... che ne so un qualcosa di verde chiaro, come l’erba fresca, il chakra del cuore, la speranza.

Prendere a simbolo il filo d’erba che è piccolo, sottile, ma insieme a tanti altri fili d’erba può diventare un grande prato…

Dialoghiamo con gli arrabbiati, apparentemente cattivi, pieni di piercing e brutte facce: è una difficile sfida a volte molto frustrante, o impossibile… ma anche una sorprendente meraviglia.

Ho immaginato anche che nelle piazze o strade delle città d’Italia a gruppetti di tre, facessimo delle sculture viventi a rappresentare le tre scimmiette: non vedo, non sento, non parlo per far ridere la gente, ma anche per far riflettere sull’indifferenza che permette che il mondo vada come va.


Libertà, fantasia ed autoorganizzazione, pluralità di micro azioni, senza qualcuno che coordina, se davvero la volontà di fare qualcosa di buono e utile c’è, ciascuno con le sue capacità e possibilità, facciamola e porterà frutto.

So che c’è chi soffre od ha sofferto ingiustizie e perdite irreparabili… e non ha avuto aiuto, né giustizia, ma voglio sperare in bene.


Dopo questo vi abbraccio, io scenderò a Bologna il 23 aprile e resterò fino al 25 vicino a mio figlio, vorrebbe venire anche la nonna, so che loro hanno intenzione di fare una manifestazione il 25, ma non credo l’autorizzeranno. In quel caso io lascerei stare con i vecchi duelli. C’è di meglio che si può fare: Cedere come nel Karate, o cambiare completamente, come io sogno, trovarsi nelle strade, nei parchi, nelle piazze dei quartieri per festeggiare e parlare insieme. So di essere più utopica di mio figlio, di sicuro qualcosa abbiamo imparato l’uno dall’altro, ma io ci credo e spero anche voi. Mi sembra una bella Festa della Liberazione, l’importante è che ci sia gioia, ci vorrebbero dei dolci da scambiarci e offrirci, credo ci sia bisogno di dolcezza su questa terra.

 

Di nuovo confido in voi per la diffusione di questo mio lunghissimo scritto.

Se avete resistito e letto fino a qui, vuol dire che ci tenete.                

 

GRAZIE dal profondo del cuore.


A presto.

Laura Giovannini


20 aprile 2012


     Foglia alla Romita di Cesi, 21 marzo 2012