ECCE ITALIA

Taranto, referendum sull’Ilva: uno su dieci

Alessandro Marescotti su Facebook, 15 aprile 2013

Non è un flop


Secondo me 34 mila persone che vanno a votare è la più grande mobilitazione che c'è mai stata a Taranto sulla questione dell'inquinamento Ilva. Quindi non è un flop.

Con quelle 34 mila persone si può cambiare Taranto.

Invece con chi non partecipa (e magari critica pure) non si cambia nulla.

Sono ORGOGLIOSO del risultato ottenuto e di tutte le persone che ho visto oggi - con fiera dignità - affluire ai seggi determinate come se partecipassero ad una lotta di liberazione. Queste persone daranno filo da torcere per sempre a chi ci devasta.

Taranto non ha fallito.

Ora talloneremo l'azienda sulle inadempienze dell'AIA. Ai parlamentari chiederemo una legge che cancelli la legge Salva-Ilva.

Sulla questione dei piombo nel sangue dei bambini scateneremo una campagna senza precedenti.

Sulla questione delle bonifiche non fatte e del principio del "chi inquina paga" andremo alla Commissione Europea. Abbiamo tante iniziative e andremo all'attacco.

Con l'appoggio di 34 mila persone Garibaldi avrebbe fatto l'Unità d'Italia in tre mesi. A lui ne bastarono mille e non fece il piagnone.

Con 34 mila sostenitori la città batte ogni tentativo di reazione filo-aziendale: i numeri sono numeri.

Quello che è decisivo nella nostra lotta è avere una strategia chiara. E per me è chiarissima.

Ilva chiuderà (non ha un piano industriale!) e la nostra preoccupazione deve essere quella di evitare che avvenga come a Brescia: chiusura senza risarcimento e bonifica dei terreni e della falda.

Il vero problema non è chiudere l'Ilva (chiuderà di sicuro) ma è di traghettare i lavoratori in sicurezza verso un piano di bonifiche: da fare PRESTO e possibilmente SUBITO.

Prima che sia troppo tardi, prima che Ilva dichiari fallimento.

 

 

Parla Mauro, tarantino a Firenze per curare il figlio malato di cancro

ILVA: referendum conclulsivo per la chiusura. Firenze vicina ai tarantini

Firenze Post – Stefania Ressa, 14 aprile 2013

 

 

FIRENZE – È una domenica decisiva per Taranto quella di oggi, 14 aprile. Stasera, ad urne chiuse, dopo la fine del referendum consultivo indetto dal comitato ‘Taranto Futura’ si deciderà il futuro dell’Ilva. Firenze, grazie alla voce del tarantino Mauro Zaratta che si è trasferito nel capoluogo toscano per curare al Meyer il figlio di 4 anni malato di cancro non essendoci a Taranto un reparto di Neurochirurgia pediatrico, si impegna ad essere vicino alla città dei fumi rossi, come tanti la conoscono.


La storia di Mauro è l’esempio lampante di quanto siano importanti quei due “Sì” ai quesiti del referendum sulla chiusura totale dell’impianto e su quella parziale dell’area a caldo che comprende gli impianti a maggiore impatto ambientale, ovvero parco minerali, cokerie, altiforni e acciaierie, sulla quale sono peraltro in corso le indagini della Magistratura. “Malgrado sia a Firenze oggi – racconta Mauro al nostro giornale – sono particolarmente ansioso per il risultato di questo referendum. Sarei contento se la città si svegliasse e fosse priva di fabbriche”. Le parole di Mauro suggeriscono speranza ma il giovane padre – che ogni giorno lotta contro la malattia del figlio Lorenzo, con gli occhi che non vedono più e un bottoncino sulla pancia per alimentarlo – non nasconde la sua perplessità sull’esito del referendum. “Purtroppo a Taranto comanda l’idea che si preferisca morire di cancro che di fame. Non penso che il risultato dello spoglio sarà soddisfacente perchè quando si parla di salute non sono tanti quelli disposti ad alzare la voce e a scendere in piazza”. Con qualche eccezione, dato che in occasione della manifestazione della scorsa settimana, sono stati migliaia i tarantini che hanno sfilato per le strade della città rivendicando una Taranto libera da veleni e malattie. “Il mio pensiero – aggiunge Mauro – va ovviamente anche ai dipendenti della fabbrica ai quali vanno certamente offerte delle valide alternative”.


Mauro a Taranto non tornerà, nè tantomeno intende farlo. “Ne andrebbe della salute di mio figlio. Certo, nessuno è in grado di dimostrare il nesso di causalità tra il tumore di Lorenzo e i fumi dell’Ilva, ma la mia famiglia lavorava lì e i miei nonni, mia mamma sono morti di tumore. Mio suocero anche era all’Ilva e mia moglie, durante la gravidanza, lavorava nel quartiere Tamburi, quello a ridosso dello stabilimento”. “Non posso fare altro – conclude – che restare vicino alla mia città da qui; i fiorentini hanno espresso tanta solidarietà nei miei confronti e in quelli della mia famiglia. Meno, invece, le istituzioni locali che sul mio caso e su quello dell’Ilva non si sono espresse”.

 

 

Taranto, referendum sull’Ilva: uno su dieci

Il Fatto Quotidiano - Alessandro Marescotti, 14 aprile 2013

 


Quanti furono quelli che si impegnarono durante la Lotta di Liberazione assieme a Pertini, a Terracini e a Parri? E durante il Risorgimento quanti decisero di stare al fianco di Garibaldi o di Mazzini? Quanti decisero di cambiare la propria vita per tentare di cambiare la storia di tutti? Chi li ha contati?

Pensavo a questo mentre oggi mi consegnavano due schede, una gialla e l’altra magenta. Nella prima: “Volete voi cittadini di Taranto, al fine di tutelare la vostra salute nonché la salute dei lavoratori contro l’inquinamento, proporre la chiusura dell’Ilva?”. Nella seconda: “Volete voi cittadini di Taranto, al fine di tutelare la vostra salute e quella dei lavoratori, proporre la chiusura dell’area a caldo dell’Ilva, maggiore fonte di inquinamento, con conseguente smantellamento dei parchi minerali?”.


Ho messo due croci: entrambe sul “sì”. All’uscita c’erano i giornalisti, le tv e anche le telecamere di un regista che stava girando un documentario su Taranto. Dove ho votato c’era un po’ di fila, i seggi non erano certo deserti. Ho anche accompagnato a votare i miei genitori anziani e lì c’era fila e un buon fermento. Mi sono stupito a vedere affluire un corteo di persone che non conoscevo, disciplinate e convinte. Illuminate da uno sguardo indefinibile. E mi sono chiesto: quanti saremo a Taranto a votare? Ad un primo conteggio a fine mattinata mi sono fatto l’idea di un 7%, tentando incerti calcoli a spanne e proiettando i dati di un seggio sull’intero territorio. Aumenteranno in serata. Non so se raggiungeremo il quorum del 50%.


Ma quelle persone che sono andate a votare – con tanta dignità e convinzione – non si potranno ignorare: la partecipazione dei cittadini ha oltrepassato il recinto della testimonianza minoritaria. E ho pensato: la storia siamo noi, sono loro. La storia non la fanno certo quelli che stanno a casa. Sono convinto che la storia vada avanti così: uno su dieci. Una lotta va avanti e dà speranza di vittoria se c’è uno su dieci che si dedica ad una causa con passione e costanza. Se si scende sotto questa massa critica crolla la speranza. Quella che si combatte a Taranto è la classica lotta di uno su dieci. Intorno c’è il deserto dell’ignavia, dell’indolenza, della paura, dell’incertezza, della distrazione e degli intrecci di potere.


A Taranto è in corso una lotta che ne sta cambiando la storia, una lotta di liberazione da un sistema di potere, oltre che da un sistema di inquinamento. E non è un caso che siano giunti tanti inviti a non andare a votare a questo referendum consultivo. Mentre scrivo i seggi sono ancora aperti. Quell’uno su dieci convinto. Non sappiamo se saprà trascinare alle urne anche gli altri, a cui è stato raccomandato di non andare a votare. Intorno a quell’unità cosciente c’è la maggioranza che già di per sé non crede in tante cose: non crede alla raccolta differenziata e butta tutto nel cassonetto, non crede nella bicicletta e si sposta in auto anche quando sarebbe meglio farne a meno, non crede nell’informazione indipendente e non cerca le informazioni per conto suo, non crede nella lettura dei libri e non li regala ai propri figli, non crede nella conoscenza e non sa cosa è il benzo(a)pirene che entra nei suoi polmoni. Intorno a quell’unità cosciente c’è una massa che prende coscienza quando il cancro spunta da una lastra. Taranto è la città con il freno a mano tirato, una città che il Potere ha scelto per costruirci il Tempio dell’Indifferenza. Un tempio che crolla un po’ alla volta e che il referendum di oggi serve a mettere alla prova.


Rispetto alle grande lotte storiche del passato in questi anni c’è stata una vistosa assenza: la sinistra. Una sinistra che si è persa nei meandri del potere e delle intercettazioni telefoniche con gli uomini dell’Ilva. E che oggi frena su tutto. La sinistra oggi non ha il potere di cambiare la società, ma ha ancora il potere di intralciare chi la vuole cambiare. È un freno a mano tirato nella testa della gente che vota a sinistra. Funzionerà bene anche in questo referendum consultivo sull’Ilva di Taranto. Solo Sel ha detto che si può votare “sì” alla chiusura dell’area a caldo e “no” alla chiusura totale. Una presa di posizione così poco convinta che se chiedessimo a Vendola risponderebbe: no a entrambi i quesiti. Un significativo freno alla partecipazione è la presa di posizione della Cgil di Taranto che ha detto di non andare a votare.


A meno che non ragionino con la loro testa. Con i sindacati confederali c’è Confindustria, acerrima nemica del referendum sull’Ilva. Anche Coldiretti, stranamente, ha preso le distanze dal referendum. Segue a ruota Legambiente, che non si è espressa ed è rimasta in un impenetrabile silenzio. Ma conosco autorevoli attivisti di quell’associazione che mi hanno espresso la loro contrarietà al referendum. Se questo referendum sarà poco partecipato, una grossa responsabilità ce l’avrà anche il Movimento 5 Stelle. A Taranto non l’abbiamo visto sbracciarsi più di tanto. I grillini a livello nazionale fino a ora non hanno pubblicato alcun documento sul referendum nel sito ufficiale. Un appello al voto è apparso solo sulla pagina Facebook locale degli amici di Beppe Grillo di Taranto. Veramente poca cosa. Avrebbero potuto fare come con la Tav. Ma in questo caso è stato mantenuto un basso profilo, senza neanche dire se votare per il sì o il no alla chiusura.

Anche i Cittadini e Lavoratori Liberi e Pensanti hanno preso le distanze dal referendum, senza tuttavia dire cosa faranno esattamente.

Fra poche ore sapremo quanto avranno contato tutte queste incertezze. E quanti invece saranno entrati nella cabina per mettere un segno di croce e dire che non vogliamo più ammalarci di inquinamento.