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Oltre l'ambientalismo istituzionale crescono nuove reti (I)

Oltre l'ambientalismo istituzionale crescono nuove reti (I)

Ruralpini - di Michele Corti, 1 dicembre 2012


Da una ventina di anni in qua sta emergendo un post-ecologismo "di base" non ideologico che opera nella dimensione del monitoraggio ambientale e della stessa gestione sostenibile e partecipata delle risorse.

 

 

Introduzione


Questo contributo nasce dall'interno dell'esperienza del movimento contro le biomasse utilizzate indiscriminatamente a fini energetici e si propone di esaminare come in Italia e nel mondo l'iniziativa ecologista grass roots (termine inglese non facilmente traducibile ma che rimanda a concetti quali "spontaneo", "di base", radicato nella società, nella comunità, nella località) non si limiti al opporsi ad autostrade, centrali energetiche, dighe, cementificazioni ma si esprima anche in iniziative partecipate finalizzate alla gestione delle risorse. La dimensione oppositiva della protesta "post-ambientalista" e quella propositiva non sono affatto disgiunte ma possono comunque trovare in una comune prospettiva al di là di quanto è interesse dei poteri politici ed economici far credere mediante la stigmatizzazione delle proteste quali espressione della "sindrome NIMBY".

 

 

Due approcci all'ambiente


Ci sono due approcci alla difesa dell'ambiente. Il primo è concreto: aria che si respira, acqua che si beve, cibo che si mangia, terra che deve produrre pane in futuro, boschi che possono essere coltivati. Ovvero qualcosa non disgiunto da una dimensione sociale, da un "qui" e da un "noi", da una gestione sostenibile e oculata delle risorse locali per creare occupazione e reddito in circuiti locali (e non per estrarre energia e risorse da sfruttare per esportare altrove).

 

Poi c'è quello astratto del quale le organizzazioni ambientaliste si sono arrogate, con la benedizione dello stato, la rappresentanza; tanto astratto da consentire loro di passare dagli spregiudicati accordi con le grandi imprese capitalistiche alla gestione in prima persona dell'ecobusiness (il tutto in nome della "modernizzazione ecologica", vedi articolo su Ruralpini) per ritornare (regredendo al conservazionismo idealistico di fine XIX secolo) alla difesa simbolica e riparatoria di singole specie animali al di fuori del contesto ecosociale.

 

A fianco (e spesso in aperto contrasto) con questo ambientalismo largamente professionalizzato, istituzionalizzato, fortemente gerarchico e tecnocratico, inserito nell'apparato di comando e controllo dello stato e del potere economico, è cresciuto nel mondo un nuovo ecologismo che non è più nemmeno quello degli "alternativi" o di minoranze pittoresche. Si tratta di un nuovo (o se si vuole "post") ecologismo che vive in alleanze e reti locali a loro volta collegate con reti più ampie. È un ecologismo "community supported" ovvero sostenuto dalle risorse della comunità, del volontariato, dell'expertise locale che si impegna nel capillare monitoraggio della qualità dell'ambiente (acque, aria, suolo, salute) ma anche nella gestione delle risorse naturali nei suoi aspetti regolativi ed economici. Che opera nel contesto di meccanismi di deliberazione partecipata, aperti a tutti, che vanno oltre gli strumenti della consultazione, del sondaggio, della partecipazione di Ong a forum e "tavoli" quali quelli calati dall'alto dell'Agenda 21 locale. Strumenti spesso di facciata o che selezionano l'accesso dei soggetti con maggiore disponibilità di tempo, competenze, denaro. Di questi sviluppi del movimento ecologista parleremo nella seconda parte di questo articolo.

 

 

Deficit di partecipazione, protesta, natura del movimento ambientalista

 

Qui parleremo di quelle forme di iniziativa ambientalista locale, molto diffuse anche in Italia, che vengono spesso rubricate alla "sindrome NIMBY" non volendo (e si capisce bene perché) cogliere la loro valenza propositiva.

Il legame tra queste forme di "nuovo" ecologismo e le aspirazioni ad una democrazia partecipata è molto stretto e ragionare su questo nesso appare di particolare importanza e attualità in Italia dove la cultura della partecipazione è qualcosa di "esotico" rispetto alla tradizione politica. Quest'ultima è basata su una fortissima centralizzazione statale, sull'impari rapporto di forze tra la burocrazia e il cittadino-suddito (non scalfito se non in superficie da una serie di riforme).

 

Questa impermeabilità della politica e del decision making alla "società civile" e ai cittadini organizzati (al di fuori di aggregazioni istituzionalizzate centralizzate) è stata acuita dalla presenza egemonica, in ogni sfera sociale, di organizzazioni di massa a forte componente ideologica che - sia pure da tempo in crisi - continuano ad influenzare il processo politico e hanno condizionato la natura del movimento ambientalista (basti pensare al persistente ruolo di "cinghia di trasmissione" di Legambiente rispetto a quello che in molti continuano a definite "il partito").

Questi condizionamenti hanno fatto sì che proteste locali in tema di ambiente e l'ambientalismo organizzato in Italia abbiano molto spesso viaggiato su binari paralleli, quando non si sia registrata una palese insofferenza delle associazioni nazionali per il "movimentismo locale".

 

 

Un processo di istituzionalizzazione che in Italia è stato precoce e più marcato

 

Inutile ricordare che Legambiente (anche se non con questo nome) non nasce come movimento spontaneo ma all'interno di una vecchia "organizzazione di massa" (l'ARCI) con il duplice scopo di adeguare ai nuovi tempi la base e i quadri di un PCI largamente refrattario alle nuove idee ambientaliste e di affermare anche nell'ambito della cultura ambientalista l'egemonia gramsciana della sinistra di origine marxista.

 

Se è vero che in tutti i paesi dove si erano sviluppati i movimenti ecologisti essi hanno subito un forte processo di istituzionalizzazione, perdendo in buona parte la carica radicale politica e morale originaria, e accondiscendendo volentieri al compromesso con i governi e le grandi imprese, va anche sottolineato che in Italia il main stream dell'ambientalismo non ha mai mostrato un'anima movimentista e di protesta. Esso ha sin dall'inizio privilegiato le forme di pressione sui politici, il ruolo nei tanti organismi consultivi a carattere centrale e locale dove sono ammesse solo le "associazioni riconosciute maggiormente rappresentative a livello nazionale", occupato spazi all'interno di "istituzioni verdi" quali i Parchi, i Centri di educazione ambientale ecc., partecipando a tavoli e gruppi di lavoro con le industrie e le amministrazioni, adendo alle aule giudiziarie.

 

L'ambientalismo ha poi sviluppato iniziative editoriali, educative, turistiche, divulgative, attività di certificazione e attribuzione di "bollini" e "bandiere" sino a spingersi ad attività di consulenza e progettazione nel campo della green economy. In tutti questi ambiti quella più attiva è senz'altro Legambiente mentre il WWF si "accontenta" della gestione delle oasi e di alcune campagne specializzate. Una linea molto soft in grado di sfruttare le "entrature" con le amministrazioni locali e ministeriali e di ricercare convergenze con le industrie.

 

 

Organizzazione professionale


Per esercitare queste forme a cavallo tra la lobby di utilità pubblica e l'agenzia di ecobusiness è stato necessario per le principali organizzazioni ambientaliste dotarsi di una struttura centralizzata professionale (Legambiente, WWF) dove l'élite che gestisce le organizzazioni coopta, per affinità politico-ideologica, elementi dotati di competenze scientifico-tecniche e, al tempo stesso, manageriali. Un esempio emblematico di funzionaria "apparatnich" di questo tipo - per di più con doppie cariche PD e Legambiente - l'ho conosciuto lo scorso anno a Galliera nel Bolognese nel corso di un infuocata assemblea contro la realizzazione di una centrale a biogas (vai all'articolo) (1).

 

È stato osservato che nonostante tutto le organizzazioni ambientaliste italiane abbiano un apparato relativamente ridotto (sedi di Roma e Milano) e una minore capacita di entrata economica rispetto ai movimenti di altri paesi. L'apparenza non deve però ingannare. La reale dimensione organizzativa e finanziaria delle organizzazioni ambientaliste (vale in particolare per Legambiente) si estende ad associazioni e società di consulenza "satelliti" dove hanno un ruolo chiave esponenti dell'organizzazione.

 

 

Organizzazione gerarchica


Un po' diverso è il caso di associazioni fortemente professionalizzate e marcatamente elitarie quali Mountain Wilderness e Greenpeace che, quantomeno, non si sono mai atteggiate a "movimento" o degli "Amici della terra" che hanno optato per una struttura leggera facendo valere la capacità di influenza personale dei loro esponenti.

 

La "base" all'interno delle grandi organizzazioni ambientaliste rappresenta poco più che una giustificazione. Il dissenso degli organismi di base rispetto alle scelte palesemente a favore del business (vedi il caso delle energie rinnovabili ma anche verso accordi con grandi imprese sicuramente con ecofriendly) è messo rapidamente a tacere in forza di una struttura gerarchica. La "base" ha la possibilità di partecipare a rappresentazioni di una partecipazione passiva nel corso di eventi come "Puliamo il mondo". Muniti di cappellini gialli, pettorine e ramazze i "militanti" di questo ambientalismo ma più che altro i ragazzini delle scuole che - messi in divisa - fanno promozione al brand Legambiente in una strategia scoperta di marketing e fidelizzazione (unico neo anche la Coldiretti usa il giallo e tecniche analoghe). In questa organizzazione fortemente incorporata nell'apparato di comando e controllo politico-istituzionale è difficile parlare di militanza e di partecipazione. In queste organizzazioni l'impulso all'attività procede in modo del tutto unidirezionale: dall'alto verso il basso (bottom up). "[lo staff nazionale] gestisce molte attività, spesso imposte a sedi locali, dotate di pochi soci attivi" (Pelizzoni e Osti, 2003, p. 141). "Molte attività" che hanno anche lo scopo (al di là dei risvolti economici) di tenere occupati i circoli locali (non si sa mai che volessero impegnarsi in qualche iniziativa o protesta contraria alle direttive del vertice).

 

 

Non c'è più bisogno di protestare, di opporsi?


Prima di passare oltre vorremmo chiarire quella che è l'obiezione che viene normalmente sollevata contro le "critiche moralistiche" all'istituzionalizzazione. Essa si basa sulla necessità di dotare un movimento, cessata la spinta entusiastica iniziale, di strutture permanenti al fine di evitare di disperderne il patrimonio, sulla constatazione che governi e multinazionali si sono "fatti più sensibili" ai problemi dell'ambiente se non altro perché si rendono conto dei danni economici che anch'essi ricevono dal degrado ambientale, ma poi anche perché si sono resi conto delle opportunità dell'ecobusiness in termini di nuovi mercati, prodotti, tecnologie. Sarebbe assurdo rifiutare di portare competenze, valori, sollecitazioni a chi si dimostra così bene intenzionato. L'altra giustificazione alla messa in soffitta del movimentismo consisterebbe nella non utilità degli strumenti della protesta a fronte dell'esistenza di Ministeri dell'ambiente, Agenzie per l'ambiente, legislazioni e "tavoli" di ogni tipo che non possono essere considerati controparti ma interlocutori, nel mentre una generale diffusione di "coscienza ambientale" rende meno acuti i problemi e offre opportunità alla collaborazione. Un quadro idilliaco che è però messo in discussione dall'evidenza che gli interessi finanziari e industriali guardano all'ecobusiness in modo rapace non rinunciando a grandi opere costose e impattanti, insistendo su soluzioni del problema di gestione dei rifiuti e di produzione energetica che premiano il profitto, incuranti della salute e dell'ambiente (come dimostra la corsa alle combustioni - drogata dai contributi per la produzione di energia elettrica - che scoraggia il riciclo e il riutilizzo della materia). Sono diminuite le aggressioni al territorio? No di certo. Non ci sono più motivi di mobilitazione e protesta? No di certo. Così la protesta si incanala al di fuori dell'alveo istituzionalizzato.

 

Pompieri della protesta


Le organizzazioni ambientaliste si pongono spesso nel ruolo di "pompieri" delle proteste locali fino ad assumersi, per conto degli interessi economici e politici, promotori di interventi fortemente impattanti e insostenibili, il compito di delegittimare le iniziative spontanee. Da questo punto di vista le organizzazioni ambientaliste:

"non hanno una linea univoca verso le proteste locali: in alcuni casi sono al fianco del comitato di turno, in altri sono piuttosto fredde rispetto a manifestazioni di ostilità che considerano irrazionali e particolaristiche" (Pelizzoni e Osti, 2003, ivi).


Le motivazioni che spiegano atteggiamenti diversificati rispetto a proteste spontanee di uguale segno si possono spiegare facilmente con due criteri: 1) il colore politico delle amministrazioni, multiutility, gruppi imprenditoriali o cooperativi verso i quali si indirizzano le proteste; 2) il coinvolgimento dei circoli locali nella protesta (anche se, come già rilevato, Legambiente non esita a scomunicare i circoli troppo attivi nelle proteste, specie se dirette contro soggetti "amici").

 

Si sono registrati anche casi clamorosi come quando, nel 2010, ben 18 circoli di Legambiente (qualcuno al sud, la maggior parte al nord) hanno contestato il progetto "pilota" di fotovoltaico a terra promosso da Legambiente a Cutrofiano nel Salento (che veniva proposto come esempio virtuoso di inserimento del solare in agricoltura in quanto tra le file di innovativi pannelli solari ad inseguimento si sarebbe coltivato bio). Una bella ipocrisia... il Cigno.

Di recente, inizio ottobre 2012, si è registrato il caso del circolo di Perugia. Il Presidente nazionale di Legambiente Vittorio Cogliati Dezza dopo aver partecipato ha una riunione lo ha "sciolto" (almeno con quel presidente e quel direttivo). Alla base, oltre a divergenze sul modo di concepire l'organizzazione, la questione del biogas. Il circolo perugino aveva assunto una posizione fortemente contraria che dava fastidio al sindaco e all'amministrazione comunale che sono tra i paladini del biogas in Umbria.

 

 

NIMBY: una stigmatizzazione strumentale e senza fondamento

 

Per "pompierare" o denigrare apertamente i comitati locali di protesta esiste una parolina magica: NIMBY. NIMBY è un concetto tanto indefinito quanto evocativo e di larga presa popolare.

L'associazione europea dell'energia eolica arriva a sostenere che il principale ostacolo alla diffusione dell'energia eolica è rappresentato dalla "opposizione della gente del posto (nimby)" (EWEA, 2009). Ma è proprio vero che NIMBY significa egoismo, localismo gretto e difensivo? È proprio vero che l'iniziativa locale è capace solo di "dire di no", di muoversi sul piano oppositivo, senza proporre soluzioni alternative, senza tentare di essere propositiva? Va innanzitutto precisato che il tanto chiamato in causa "effetto NIMBY" inteso come opposizione a qualsiasi turbativa "in my backyard", ovvero sulla mia soglia di casa (con il corollario del "fatto da un'altra parte mi va bene"), molto spesso si dimostra del tutto inadeguato a spiegare l'opposizione alla installazione di impianti di energie rinnovabili. Nel caso delle pale eoliche in Olanda si è visto che il grado di opposizione non è per nulla correlato alla distanza tra il luogo di residenza e le pale (Wolsink, 2006). In una successiva pubblicazione (Wolsink, 2010), rianalizzando le motivazioni dell'opposizione all'energia eolica, arriva a concludere che la "sindrome NIMBY" è un mito. Nonostante diverse ricerche sul campo abbiano smentito l'ipotesi NIMBY, gli appelli (Burningham, 2000 Wolsink, 2006) a non utilizzare in ambito accademico il termine sono rimasti largamente inascoltati. Ciò nonostante che sia stato messo chiaramente in evidenza come esso appaia di parte essendo utilizzato dai proponenti degli impianti e rifiutato dagli oppositori (Wolsink, 1994; Burningham, 2000; Upreti, 2004). Burningham (2000) si è espresso in modo molto netto: "Il termine NIMBY è spesso usato da chi propone la realizzazione degli impianti come un modo sbrigativo per screditare chi si oppone ai progetti".

 

Il fatto poi che si utilizzino ulteriori qualificazioni come "NIMBY egoistico" per distinguerlo da iniziative "NIMBY" a forte matrice oppositiva ma chiaramente collettiva e su obiettivi che non possono essere ricondotti ad una gretta chiusura particolaristica, conferma che la valutazione dei movimenti di protesta locale deve essere riconsiderata. Luigi Bobbio (Bobbio, 2011) esaminando alcuni casi di proteste contro grandi opere (TAV e altro) scrive che:

"Le narrazioni che ho esaminato ci permettono anche di capire che in tali conflitti l’oggetto del contendere è tutt’altro che univoco. Appena ci sembra di aver compreso che la contesa verte su un certo aspetto, ne compare immediatamente un altro, e poi un altro ancora. Più partite si giocano in uno stesso conflitto. Esse riguardano – spesso simultaneamente – la natura dell’interesse generale o particolare, l’esistenza di interessi occulti, la ridefinizione dei costi e dei benefici, la valutazione del rischio, il potere decisionale delle comunità coinvolte e la loro identità, la possibilità di percorrere vie alternative allo sviluppo".

 

Mentre i media continuano a veicolare la protesta "NIMBY" come retrograda, egoistica, particolaristica si fa così strada l'interpretazione che vede gli oppositori locali come assertori di un nuovo modello di sviluppo ("decrescita felice") collocandosi “oltre il Nimby” (Fedi e Mannarini, 2008). Più realisticamente nelle proteste locali convivono varie pulsioni e il confine tra difesa particolaristica e asserzione di nuovi valori sociali, ecologici non è netto. Specie se si considera che alla base delle proteste vi sono spesso motivazioni che si fondano su condizioni di svantaggio territoriale (in alcuni casi per la presenza di altri impianti energetici e infrastrutture), l'inaccettabile sproporzione tra vantaggi privati e costi sociali e territoriali, il rigetto delle manipolazioni tendenti a promuovere una non verificata necessità e sostenibilità globale e locale delle opere proposte. Non meraviglia che ci siano movimenti e associazioni che si auto-attribuiscano orgogliosamente l'appellativo di NIMBY, non solo negli Usa ma anche in Italia.

 

Un caso esemplare è rappresentato da Nimby trentino, un'associazione indipendente da ogni partito, gruppo o associazione ambientalista che è riuscita da sola (con gli ambientalisti "ufficiali" che stavano a guardare o che remavano contro) a stoppare l'inceneritore di Trento a Ischia Podetti (e in qualunque altro sito). A colpi di manifestazioni, incontri, petizioni, digiuni, pressing continuo. Una battaglia ghandiana che ha implicato un impegno morale e personale enorme da parte dei (pochi) protagonisti attivi (2). Altrove Legambiente sostiene ancora più apertamente gli inceneritori. Emblematico il caso di Ferrara dove prima Legambiente boicotta il referendum autogestito salvo poi assumersene il merito quando la sua opposizione fallisce e si registra una forte adesione popolare (3).

 

 

Il ruolo ambiguo dell'ambientalismo istituzionale

 

La stigmatizzazione associata all'etichetta NIMBY pesa sugli atteggiamenti di chi si oppone (o vorrebbe) opporsi agli impianti eolici o a biomasse. Van der Horst (2007) ha osservato come nelle indagini sul campo relative all'opposizione locale "gli intervistati cercano deliberatamente di non essere etichettati come NIMBY citando altre 'legittime' ragioni di opposizione alla realizzazione di un impianto in ambito locale". La paura di essere considerati NIMBY e di opporsi ad una scelta presentata non solo come necessaria ma etica induce gli oppositori degli impianti ad atteggiamenti difensivi, riduce il consenso per le proteste, li fa "sentire in colpa". Un risultato ottenuto grazie alle campagne sulle conseguenze dell'effetto serra, l'importanza del protocollo di Kyoto, la necessità e la bontà della scelta delle energie cosiddette rinnovabili in cui le organizzazioni ambientaliste istituzionalizzate hanno svolto un ruolo di primo piano. Non meraviglia che in Germania, dove la preoccupazione per l'effetto serra è superiore ad ogni altro paese (Brechin, 2003), il consenso per l'uso energetico delle biomasse raggiunga l’85% (Zoellner et al. 2008). Peccato che a questo consenso siano associate delle pie menzogne, ovvero che le energie rinnovabili comportano più posti di lavoro e, alla lunga, energia più a buon mercato.

 

Basta leggere le cronache del movimento in atto in Italia contro l'uso indiscriminato dell'energia da biomasse per constatare come, anche da noi, le società proponenti la realizzazione delle centrali, politici, giornalisti, ecologisti "istituzionali" evochino ad ogni pié sospinto il rischio del NIMBY (da qualche tempo a questa parte "rinforzato" con lo spettro del NO TAV). Quello che è interessante è che Legambiente & C. non si limitano a screditare i movimenti spontanei, a fare i pompieri delle proteste, ma, con un salto di qualità notevole, abbiano non solo sposato la tesi: "proteste locali = NIMBY" ma anche assunto un ruolo "di polizia" attraverso un progetto di "monitoraggio" delle proteste.

 

 

NIMBY FORUM. Legambiente partecipa al "monitoraggio" delle proteste

 

Cos'è NIMBY FORUM (marchio registrato)? Uno dei tanti progetti in cui l'ambientalismo istituzionalizzato opera con gli organi dello stato e con le grandi imprese ma anche qualcosa che attiene da vicino al tema che stiamo affrontando. Dal sito (http://www.nimbyforum.it/home) apprendiamo che:

Nimby Forum è un progetto di ricerca sul fenomeno delle contestazioni territoriali ambientali gestito dall'associazione no profit Aris - Agenzia di Ricerche Informazione e Società. Nato nel 2004 con l'obiettivo di analizzare l'andamento della sindrome NIMBY (Not In My Back Yard), Nimby Forum costituisce oggi il primo e unico database nazionale delle opere di pubblica utilità che subiscono contestazioni e si è accreditato come importante think tank sul tema.

 

Il progetto è patrocinato dal Governo italiano e da Legambiente. Nel comitato scientifico del progetto Nimby Forum siede il presidente di Legambiente (in compagnia del ministro Clini, di vari grand commis dell'apparato statale e di... Rosa Filippini degli "Amici della Terra". Quanto a Aris dal sito non si evince nulla al di fuori del fatto che è impegnata, oltre che nel Nimby Forum anche in altri due progetti "Festival dell'energia" e "L'energia spiegata". Nulla si dice circa chi compone l'associazione (qualche curiosità l'avremmo in proposito...) e di chi la sostiene salvo che: l'associazione "sviluppa le proprie attività grazie al contributo di singoli individui e al sostegno di istituzioni imprese che credono negli obiettivi dell’Associazione e nei valori che essa promuove". Quanto al Nimby Forum è sostenuto dalle seguenti imprese (vai alla pagina su Ruralpini).

 

Per dare un'idea dell'approccio del Forum (?!) al problema riporto un estratto del comunicato emesso in occasione dell'audizione dei rappresentanti di Aris presso la Commissione Ambiente, Territorio e Lavori pubblici della Camera dei giovedì 11 marzo 2010 (vai alla fonte).

"I dati emersi nel corso delle diverse edizioni di Nimby Forum hanno delineato il ritratto di un Paese bloccato a causa del continuo aumento dei fenomeni di opposizione alla costruzione di opere e infrastrutture: la ricerca ha evidenziato la crescita costante del numero degli impianti censiti (283 nel 2009). Ogni tipologia di opera è avvertita dai territori come una potenziale minaccia alla salute e all’ambiente, che si tratti di discariche o impianti a fonti rinnovabili e indipendentemente dal fatto che si parli solo di ipotesi di progetti o di impianti già in funzione."

 

Uno dei "prodotti" di NIMBY FORUM è la mappa della protesa (in home page). Qualcuno potrebbe pensare che più che volontà di dialogo questo "monitoraggio" potrebbe essere motivato da volontà di controllo della protesta. Un po' poliziesco, ad essere maliziosi.

 

(fine della prima parte, prosegue)

 

 

Note


(1) Ecco come avevo descritto Claudia Castaldini (due lauree, fisica e astronomia, e doppie cariche: nel Pd, responsabile provinciale ambiente nonché membro dell'esecutivo del partito, in Legambiente responsabile energia): "È fredda come il ghiaccio e si vede che è lì solo per bere l'amaro calice e affrontare, per dovere d'ufficio, una platea schierata su ben altre posizioni. Oltretutto la giovane funzionaria non fa nulla durante il suo intervento per stemperare il muro di ghiaccio e rimbecca stizzita ad ogni minima interruzione senza capire che un'assemblea spontanea non è un congresso scientifico o un politburo e lasciando trasparire la distanza siderale tra lei e il 'plebeo' e 'demagogico' consesso [...]".

(2) Nimby trentino si è costituita come associazione per informare e argomentare costruttivamente sui migliori modi (al fine della salvaguardia della salute e della tutela del territorio), di gestione e di smaltimento dei rifiuti, siano essi urbani, industriali o speciali. Con la certezza che il Trentino saprà rinunciare alla prospettiva dell'inutile e inquinante inceneritore. In effetti è stato bloccato.

(3) Comunicazione personale dell'amico Luigi Gasparini di ISDE Medici per l'ambiente, fortemente impegnato nell'opposizione all'inceneritore.

 

 

Bibliografia


Bobbio L. (2011) Conflitti territoriali: sei interpretazioni, TemaLab 4 (4): 79-88.

Brechin S. R. (2003) Comparative Public Opinion and Knowledge on Global Climatic Change and the Kyoto Protocol: The U.S. versus the World? International Journal of Sociology and Social Policy 23 (10): 106-134.

Burningham K., Thrush D. (2004). Pollution concerns in context: a comparison of local perceptions of the risks associated with living close to a road and a chemical factory. Journal of Risk Research 7 (2): 213–232.

Burningham K. (2000) Using the language of NIMBY: a topic for research,not an activity for researchers. Local Environment 5 (1): 55–67.

EWEA (2009) European Wind Energy Association: wind energy — the facts. London: Earthscan.

Fedi A., Mannarini T. (2008) Oltre il Nimby. La dimensione psico-sociale della protesta contro le opere sgradite, Milano, Franco Angeli.

Horst D. van der  (2007) NIMBY or not? Exploring the relevance of location and the politics of voiced opinions in renewable energy siting controversies, Energy Policy 35 :2705–2714.

Pelizzoni L., Osti G. (2003) Sociologia dell'ambiente Il Mulino, Bologna.

Upreti, B.R., van der Horst, D., 2004. National renewable energy policy and local opposition in the UK; the failed development of a biomass electricity plant. Biomass & Bioenergy 26 (1): 60–69.

Wolsink M. (1994). Entanglement of interests and motives: assumptions behind the NIMBY-theory on facility siting. Urban Studies 31 (6): 851–866.

Wolsink M. (2000). Wind power and the NIMBY-myth: institutional capacity and the limited significance of public support. Renewable Energy 21: 49–64.

Wolsink, M. (2006) mInvalid theory impedes our understanding: a critique on the persistence of the language of NIMBY. Transactions of the Institute of British Geographers 31: 85–91.

Zoellner J., Schweizer-Ries P., Christin Wemheuer C. (2008) Public acceptance of renewable energies: Results from case studies Germany Energy Policy 36:4136–4141.

 

 

l'Adige - Claudio Eccher, 25 novembre 2012