Il veleno nel piatto

Il veleno nel piatto

I rischi mortali nascosti in quello che mangiamo

Feltrinelli Editore - Marie-Monique Robin, settembre 2012

 

 

 

 

 

Il veleno nel piatto

 

Introduzione

 

Sapere è potere

 

“Questo libro sarà il seguito di Il mondo secondo Monsanto”? è una domanda che mi è stata posta costantemente dal 2008, ogni volta che nel corso di un dibattito o di una conferenza annunciavo che stavo lavorando a un nuovo progetto. Sì e no, questo libro è e non è “il seguito di Il mondo secondo Monsanto”, anche se l’argomento ha evidentemente a che vedere con la mia inchiesta precedente. In effetti, per i libri e i film – per me le due forme sono legate intimamente – avviene come per le perle di una collana o le tessere di un puzzle: si succedono e si incastrano senza che io ci faccia caso. Nascono e si nutrono di rimbalzo degli interrogativi suscitati dal lavoro anteriore. E finiscono per imporsi come maglie di una stessa catena. In ogni caso, il processo che si instaura è identico: il desiderio di capire, per poi trasmettere al maggior numero possibile di persone le conoscenze accumulate.

 

 

Tre domande sul ruolo dell’industria chimica

 

Il veleno nel piatto è dunque il frutto di un lungo processo, cominciato nel 2004. All’epoca ero preoccupata per le minacce che incombevano sulla biodiversità: in due documentari diffusi da Arte – uno sulla brevettabilità del vivente e l’altro sulla storia del grano – avevo raccontato in che modo alcune multinazionali ottengono brevetti illeciti su determinate piante e si impadroniscono del know-how dei paesi dell’emisfero Sud. Contemporaneamente giravo un reportage in Argentina, che tracciava il bilancio (disastroso) delle coltivazioni di soia transgenica, la famosa Roundup Ready della Monsanto. Per questi tre documentari avevo attraversato tutto il pianeta, ponendomi domande sul modello agroindustriale messo a punto all’indomani della Seconda guerra mondiale, il cui scopo era ufficialmente quello di “nutrire il mondo”. Avevo constatato che quel modello comportava un’espansione delle monocolture a scapito dell’agricoltura alimentare locale e familiare, provocando una drastica riduzione della biodiversità costituendo, in definitiva, una minaccia per la sicurezza e la sovranità alimentare dei popoli. Osservavo inoltre che la famosa “Rivoluzione verde” si accompagna a un impoverimento delle risorse naturali (acqua, qualità dei terreni) e a un inquinamento generalizzato dell’ambiente, a causa dell’uso massiccio di prodotti chimici (pesticidi e concimi di sintesi).
 
In modo del tutto naturale, questa trilogia mi ha portato a interessarmi alla società americana Monsanto, uno dei grandi promotori e beneficiari della “Rivoluzione verde”; innanzitutto perché è stata (e continua a essere) uno dei principali produttori di pesticidi del Ventesimo secolo; e poi perché è diventata il primo produttore di sementi del mondo e perché si propone di mettere le mani sulla catena alimentare grazie ai semi transgenici brevettati (i famosi Ogm, gli organismi geneticamente modificati). Non mi stancherò mai di ripetere quanto sia rimasta sbalordita nello scoprire la quantità di menzogne, mistificazioni e tiri mancini di cui è capace l’azienda di Saint Louis (Missouri) per mantenere sul mercato prodotti altamente tossici, senza preoccuparsi del loro costo ambientale, sanitario e umano.
 
A mano a mano che mi inoltravo in questo “Thriller dei tempi moderni” – per riprendere l’espressione della sociologa Louise Vandelac, che ha scritto la prefazione dell’edizione canadese del Mondo secondo Monsanto – tre domande non cessavano di tormentarmi. La Monsanto costituisce un’eccezione nella storia industriale, oppure il suo comportamento criminale – so quel che dico – caratterizza la maggior parte dei fabbricanti di prodotti chimici? E mi chiedo anche: come vengono valutate e regolamentate le circa 100.000 molecole chimiche di sintesi che da mezzo secolo invadono il nostro ambiente e le nostre tavole? Infine, esiste un legame tra l’esposizione a queste sostanze chimiche e l’enorme aumento di casi di cancro, malattie neurodegenerative, disfunzioni della fertilità, diabete e obesità che si rileva nei paesi “sviluppati”, al punto che l’Oms, l’Organizzazione mondiale della sanità, parla di “epidemia”?
 
Per rispondere alle domande, in questa nuova inchiesta ho deciso di dedicarmi soltanto alle sostanze chimiche che entrano in contatto con la catena alimentare, dal campo del contadino (pesticidi) al piatto del consumatore (additivi e plastiche alimentari). Questo libro dunque non affronterà le onde elettromagnetiche, né i cellulari, né l’inquinamento nucleare, ma si occuperà esclusivamente delle molecole di sintesi cui siamo esposti nel nostro ambiente o nella nostra alimentazione – il nostro “pane quotidiano” diventato prevalentemente il nostro “veleno quotidiano”. Sapendo che l’argomento si presta a molte polemiche (e questo non sorprende se si considerano tutti gli aspetti economici collegati) ho scelto di procedere metodicamente, partendo dall’aspetto più “semplice” e dal meno contestabile – e cioè le intossicazioni, prima acute poi croniche, degli agricoltori esposti direttamente ai pesticidi – per arrivare progressivamente al più complesso – gli effetti di piccole dosi di residui di prodotti chimici che noi tutti abbiamo in corpo.

 

 

Assemblare le tessere del puzzle

 

Il veleno nel piatto è il frutto di una lunga indagine che ha messo in campo tre tipi di risorse. Inizialmente ho consultato un centinaio di libri, scritti da storici, sociologi e scienziati, in prevalenza nordamericani. La mia inchiesta deve dunque molto al prezioso lavoro di ricerca compiuto da cattedratici di grande talento, come Paul Blanc, docente di medicina del lavoro e dell’ambiente presso l’Università della California, o i suoi colleghi storici Gerald Markowitz e David Rosner, o ancora David Michaels, un epidemiologo che dal dicembre 2009 è a capo dell’Osha (Occupal Safety and Health Administration), l’agenzia americana responsabile della sicurezza sul lavoro. Molto documentate, e purtroppo non tradotte in italiano, le loro opere mi hanno consentito di accedere a numerosi archivi inediti e mi hanno aiutato a iscrivere l’oggetto della mia ricerca nel contesto molto più ampio della storia industriale.
 
Così sono risalita alle origini della “Rivoluzione industriale” che ha preceduto la "Rivoluzione verde", due facce di uno stesso insaziabile mostro: il progresso, che dovrebbe arrecarci felicità e benessere universali, mentre tutto indica che, Saturno dei nostri giorni, minaccia di divorare i propri figli. Se non si realizza questo indispensabile ritorno al passato non è praticamente possibile comprendere come è stato inventato, e come funziona ancora oggi, il sistema di regolamentazione dei prodotti chimici – un sistema che si nutre del ricorrente disprezzo degli industriali e delle pubbliche autorità per gli operai delle fabbriche, quelli che hanno pagato un pesante tributo alla follia chimica delle società cosiddette sviluppate.
 
Questo libro è sostanziato anche da numerosi documenti d’archivio che ho potuto spulciare presso avvocati, organizzazioni non governative, esperti o privati, particolarmente “cocciuti”, che hanno svolto un lavoro notevole per documentare i misfatti dell’industria chimica. Per esempio, l’incredibile Betty Martini, ad Atlanta, di cui ammiro la perseveranza nel raccogliere gli elementi di prova contro quel dolcificante di sintesi molto sospetto che è l’aspartame. Ovviamente, ho conservato gelosamente una copia di tutti i documenti che cito nel corso delle seguenti pagine, documenti riservati o ignorati dalla stampa o dal grande pubblico. Tutti questi elementi mi hanno aiutato a ricostruire il puzzle di cui questo libro vuol dare un’immagine chiara, se non definitiva.
 
Questo lavoro, però, non sarebbe stato completo se non fosse stato arricchito anche da una cinquantina di colloqui personali che ho avuto nei dieci paesi in cui mi ha portato la mia indagine: Francia, Germania, Svizzera, Italia, Gran Bretagna, Danimarca, Stati Uniti, Canada, India e Cile. Fra i “testimoni” che ho interrogato figurano in particolare diciassette rappresentanti delle agenzie di valutazione dei prodotti chimici, come l’Autorità europea per la sicurezza alimentare (Efsa), la Food and Drug Administration (Fda) americana o il Centro internazionale di ricerca sul cancro (Circ) che dipende dall’Organizzazione mondiale della sanità – oltre che il Joint Meeting on Pesticide Residues (Jmpr), una commissione congiunta dell’Oms e della Fao con il compito di valutare la tossicità dei pesticidi. Ho anche interrogato trentuno scienziati, prevalentemente europei e americani, cui vorrei rendere omaggio, perché continuano a battersi per mantenere la propria indipendenza e difendere una concezione della scienza al servizio del bene comune e non degli interessi privati. Queste lunghe conversazioni sono state filmate, perché riguardano anche i temi del mio lavoro.

 

 

Il diavolo sta nei dettagli

 

Il veleno nel piatto è infine il frutto del convincimento che vorrei fosse condiviso: dobbiamo riappropriarci del contenuto dei nostri piatti, riprendere in mano ciò che mangiamo perché la si smetta di propinarci piccole dosi di veleno che non presentano in cambio alcun vantaggio. Come mi ha spiegato Erik Millstone, docente universitario britannico, nel sistema attuale “i rischi pesano sui consumatori, mentre le imprese ricevono i benefici”. Per poter criticare le (numerose) falle del “sistema” ed esigere che venga rivisto da cima a fondo bisogna però capire come funziona. Devo ammettere che non è stato facile decifrare i meccanismi che presiedono all’elaborazione delle norme regolamentanti l’esposizione a ciò che il gergo edulcorato degli esperti chiama i “rischi chimici”. Ricostruire l’origine della famosa Dga – la “dose giornaliera accettabile” o “ammissibile” – dei veleni cui noi tutti siamo esposti, è stato un vero e proprio rompicapo. Ho persino il sospetto che la complessità del sistema di valutazione e normativa dei veleni, che funziona sempre a porte chiuse e nella massima segretezza, sia anche un modo per assicurarne la perpetuazione. Chi va infatti a mettere il naso nella storia della Dga, o dei “limiti massimi di residui”? E se, per caso, un giornalista o un consumatore troppo curioso osano fare domande, la risposta delle agenzie per la regolamentazione generalmente è: “Grosso modo funziona. Sapete, è molto complicato, fidatevi di noi, sappiamo quello che facciamo…”.
 
Il problema è che non ci può essere un grosso modo quando si tratta di dati tossicologici la cui posta è la salute dei consumatori, compresa quella delle generazioni future. Per questo motivo, convinta invece che “il diavolo stia nei dettagli”, ho deciso di prendere il partito opposto. Spero dunque che il lettore mi perdonerà se a volte posso sembrare eccessivamente incline alla precisione o alle spiegazioni, alla molteplicità delle note e dei riferimenti. Ma il mio obiettivo è che ciascuno possa diventare, se lo desidera, l’esperto a cui rivolgersi. O comunque che ciascuno disponga di argomenti rigorosi che gli permettano di agire quanto può, e addirittura influire sulle regole del gioco che governano la nostra salute. Perché sapere è potere…
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