La malga è donna. «Ci sono le vacche, danno il latte e fai un formaggio sano…»

Fischiano le marmotte sul Catinaccio di Lucia

Renzo M. Grosselli

l’Adige, 9 agosto 2009

«Senti? È il fischio delle marmotte». Sì, lo sentiamo, ma non sapevamo si trattasse delle marmotte. È anche questa una magia che sa di malga. La Malga Vael. La malga di Lucia, la sua prima malga.

Di cognome fa Callina ed ha 48 anni. Le sue origini sono valtellinesi, Morbegno, ma vive a Soraga dal 1980, da quando sposò Giorgio Decrestina. «I miei genitori - dice, meravigliandosi che qualcuno voglia intervistare proprio lei - erano emigranti. Mamma Delfina era nata in Svizzera e papà la conobbe a S. Gallo. Diciamo che eravamo una famiglia di poveri contadini. Due figli. Una vacca, come si usava in montagna, ma anche due o tre capre». Chi trattava le bestie? «Io, mio fratello Giuseppe e la mamma. Perché papà per anni se andò in Libia, sui cantieri».

Le bestie da sempre nell'orizzonte di Lucia Callina: un tempo per una economia familiare quasi di sussistenza, con gli inserimenti determinanti di liquido, da parte di un padre migrante. Poi un marito allevatore ed ora anche un figlio. Ma la malga, per Lucia che un tempo al pascolo ci portava le capre, appare per la prima volta quest'anno. E non è solo la malga del latte e del formaggio. Non per lei comunque che ci lavora in cucina. Oggi, sempre più, le malghe sono meta privilegiate dei turisti dell'estate.
Come si stava sulla montagna lombarda? «L'era anca bela, se 'ndava a scuola, se vegniva e 'ndava... Là c'era l'usanza di raccogliere tutte le capre del paese ed affidarle, a turno, ai ragazzi. Due volte alla settimana toccava anche a noi, forse 30-40 capre». Quasi come la storia di Heidi. «Sèra bòce, l'era bèl! Si giocava a nascondino, si raccoglievano i fiori».

Siamo in alto, a 2.020 metri della Valle di Fassa, su terre del Comune di Vigo. Sopra di noi si svolge il Catinaccio, esattamente il Gruppo dei Mugoni che arriva a sfiorare i 3.000, ecco lì il monte con il buco, la vetta Finestra. Ti giri e l'occhio è attratto da sua maestà. Dall'altra parte della valle c'è la Marmolada. Mentre fischiano le marmotte. E fischiano anche le parolacce di chi, come noi, si era convinto di salire quassù (non per indolenza ma per tirannia di tempi, con regolare permesso del sindaco) con l'automobile, la piccola 600. Una strada forestale impervia, ma anche talmente sassosa e bucata da farti balbuziente per mezzora, all'arrivo. «Sei l'unico che sia arrivato qui senza 4x4». Giriamo a Marchionne il complimento. E continuiamo a balbettare.

Come proseguì la tua vita Lucia, dopo aver fatto la pastorella? «Iniziai a fare la cameriera, estate e inverno, a S. Pellegrino. E lì ho conosciuto mio marito che amava fare il fieno a Fuchiade. Aveva ereditato l'azienda paterna, a quel tempo solo 3-4 animali». Come sono gli uomini trentini? «Te lo dico un'altra volta oppure rifammi la domanda». Col tempo, Giorgio e Lucia misero al mondo tre figli «e aumentò, di conseguenza, anche la stalla. Siamo arrivati a 18 animali». Sono tempi difficili per gli allevatori, il latte non vale nulla sul mercato. «Si è sempre tirato: il veterinario, il mangime... si stava meglio con le lire che l'euro».
Occhi verdi, sempre allegra Lucia. E la malga? «Quest'anno, per la prima volta. È venuto il presidente della società di Vigo a chiedere se mio figlio Giuliano, 22 anni, volesse prendersi questa responsabilità. Malga Vael. Lui ha sempre avuto una grande passione per le bestie». Il ragazzo era titubante. Non perché fosse solo, era evidente che nell'impresa ci sarebbe entrata mezza famiglia. «Lui temeva per me, visto che ero stata appena operata all'anca». E qui ai 2000 metri Lucia avrebbe dovuto fare, e fa, la cuoca. Perché c'è un piccolo ristorante sotto le vette, oltre alla stalla e al caseificio. «Eccoci qui, mio figlio, mio marito...». E le due figlie? «Sono laureate in Filosofia e Medicina, fanno dell'altro». Solo per dire che quella dell'allevatore e del malgaro, ormai, è una scelta, non più un destino obbligatorio.

È l'infinito qui, l'infinito di bellezza, l'infinito della quiete, l'infinita luce. L'infinita montagna delle marmotte. Com'è la malga? «È bellissimo lavorare qui. In tutto abbiamo 80 animali più un cane. Solo 11 le vacche da mungere, 16 capre, 2 cavalli e il resto vacche asciutte e giovenche». Perché ti piace? «Perché sei in mezzo ai prati e al bosco. E poi perché la gente apprezza quello che fai». Nel ristorantino Lucia è aiutata da due ragazze, Cecilia di Verla e Gaia di Piné. Mentre Davide, 16 anni di Vigo, aiuta a mungere e fa il pastore.
Gli orari? «Non mi alzo prestissimo, alle 6 e un quarto, accendo l'acqua calda per le ragazze, preparo la colazione. Poi inizio a preparare i crauti, i funghi...». Scusa Lucia, i funghi, visto che quest'anno non ce ne sono molti, dove li comperi? «Non siamo noi a raccoglierli, chiaro, ma ti assicuro che sono funghi della nostra montagna: ce li porta un vecchio fungaiolo di Vigo». Ci sono cose brutte in malga? «La strada potrebbe essere migliorata. E quando siamo arrivati la malga era in pessimo stato. Con la famiglia abbiamo lavorato un mese per sistemarla. Per il resto noi stasóm benón e speriamo di poter continuare per qualche anno».
Un fischio più lungo, prolungato. Deve essere una marmotta incazzata. Si può vivere di malga? «Quest'anno la nostra struttura non è stata segnalata dalla Apt e quindi è un poco più dura. Ma dall'anno prossimo miglioreremo». Qui avete anche le vostre di bestie. «Sì, sono 20 di cui 13 da latte. Per loro qui è assoluta salute». Arriva il marito Giorgio, si siede con noi. Tu almeno la conoscevi la malga prima di quest'anno? «Sì, ero stato nel 1964 a Campitello e nel 1966 a Moena, in due malghe». «Il mio lavoro è indipendente, - dice Lucia - sono io la padrona. È soddisfacente lavorare in cucina, sentire i clienti che apprezzano il pranzo e anche la pulizia. Poi sei in famiglia, lavori con la tua gente».

Ma la malga non è sempre baciata dal sole e, anzi, quest'anno i temporali sono stati plurimi e a volte anche molto chiassosi. Ride Lucia: «Certo, spesso viene la tempesta, la pioggia battente, i fulmini che cadono qui vicino. Il tetto è metallico e quindi il rumore è devastante. Ma è anche bello sentire che fuori c'è l'inferno e tu sei dentro al coperto, magari sotto le coperte». Come si trovano le due giovani ragazze quassù con voi? «Bene. Una è qui dall'inizio e il 20 agosto andrà in Irlanda con la scuola. L'altra è arrivata da una settimana e rimarrà fino a metà settembre». Sì, la malga ormai è una scelta e chi ci arriva a lavorare, poi andrà in Irlanda. Sono cambiati i tempi, anche delle malghe. Eppure le privazioni qui... Vita lambicada... «Ma io non ho mai vissuto nel lusso, i miei erano migranti. Le comodità le apprezzo ma qui vivo bene».
Un pezzo di formaggio prima di partire. Ed è cosa semplicemente buona, soffice, un sapore dolce, quasi di panna. Poi ci tuffiamo giù. È un andare un poco folle, dal cielo alla valle con una Seicento. Ma ci sono gli abeti e i larici, ed i prati. È semplice la montagna: abeti, larici, erba e roccia. Ah no, anche i fiori, tanti fiori. Tutto così banale, pura trivialità alpina. E felicità pura. La malga oggi, quindi: sono le donne, sono i giovani, sono gli immigrati. Probabilmente le sole tipologie umane che capiscano qualcosa in questi giorni matti. Matti come il tempo meteorologico.

 

Anna, una laurea per fare il formaggio

Renzo M. Grosselli

l’Adige, 2 agosto 2009

Si è laureata, col massimo dei voti, con una tesi sull'«Ecosistema malga sul Lagorai» ma prima aveva imparato a fare il formaggio in malga, e a mungere e pascolare le vacche. E adesso che è laureata, a Malga Casarina continua a fare il formaggio, ma anche lo yogurt ed a lavorare con le vacche. Ma il titolo dell'articolo potrebbe anche essere un altro perché lei dall'autunno alla prima estate fa la professoressa. La professoressa del formaggio quindi.

Si chiama Anna Pecoraro, è di Telve e ha 31 anni. Si è laureata venerdì 17 luglio (dicono porti bene) alla Facoltà di Lettere dell'Università di Padova. Sta lassù, a Malga Casarina (ma durante il tracciato vediamo cartelli che dicono «Caserina», «Casarine»), 1.468 metri in Val Campelle, una ventina di chilometri da Spera. Il Lagorai di Valsugana quindi. Ci si arriva anche in auto, strada asfaltata. Ma attorno si sviluppa u mondo ancora possibile, fatto d'erbe e fogliame, torrenti. Ci andiamo passando per Spera e poi su, lungo il torrente Maso. Che diventano due torrenti Maso. Mentre quello di Calamento rimane più in basso ed entra nella Val Calamento, il Maso di Spinella, invece, ci conduce in Val Campelle. Col verde negli occhi, un colore che ci tranquillizza. Che ci da pace.

Nonostante i cartelli e le loro scritte alquanto insicure, ortograficamente, arriviamo. La stalla, il caseificio e anche un piccolo agritur. Sì, qui non siamo separati dal mondo, c'è anche il piccolo e popolare ristorante, lindo. Ma la malga c'è, è vera, ci sono le vacche vere e la ristrutturazione degli stabili è stata intelligente: pietra a vista e scàndole.

Siamo sui terreni del Comune di Scurelle. La malga è stata ristrutturata nel 2000. Siamo in pieno Lagorai, la bellezza attorno è persino sfacciata.

Anna è lì, col suo sorriso, che ci aspetta. Perché ti sei laureata solo a 31 anni? «Ho fatto un sacco di lavori prima, anche al Comprensorio, quando mi mancava solo la tesi. Poi ho deciso di finire». Con lei scendiamo nello scantinato, deve rivoltare i formaggi. Come lo chiamate il vostro prodotto? «Nostrano di malga semi-stagionato e semi-grasso». Lo fai tu? «Tante volte lo faccio io, quando Francesco è occupato con il fieno. Ma ho la sua piena fiducia, è lui che mi ha insegnato». Lui è Francesco Lenzi, un «animale» del Lagorai, allevatore da sempre e malgaro, di Samone. Anna iniziò a collaborare con lui quattro anni fa, ma solo come cameriera all'agritur.

«Quando decisi di preparare finalmente la tesi (io amo l'antropologia culturale, lo studio delle tradizioni popolari) scelsi due malghe particolari per farne oggetto del mio studio: Casarina e Montalon (ndr, il malgaro è il professore altoatesino, il mitico Osvald Tonner). Per un'estate intera ho fatto su e giù, a piedi, da Malga Montalon». E qui la giovane donna si entusiasma: «Bellissimo, una malga allo stato puro». Devi scavallare per arrivarci, non c'è strada rotabile, per parlare con Oswal e con i suoi animali ti devi buttare a piedi sulla montagna. «M'ha piasèsto tantìsimo! Lì ho capito cos'è l'ecosistema della malga: l'uomo, l'animale, la natura. Lassù l'uomo non è onnipotente, la natura la deve seguire».

L'anno dopo, e siamo nel 2008, lo studio di Anna si concentrò invece su Malga Casarina. Fu allora che Francesco Lenzi le insegnò a fare il formaggio. Lui, amante della montagna e delle tradizioni contadine, vide in questa giovane donna una promessa. Lui, che smalga all'ultimo momento, anche a novembre se gli è possibile e pure più in là. «Avevo reticenze... pensavo ci volesse un diploma, un corso. - sussurra Anna - Invece mi riesce bene il formaggio. Ho imparato anche a fare lo yogurt, poi le caciotte». Sì, non è un prodotto qualsiasi il formaggio, è una cosa viva, palpitante. Che può nascere male, o che può anche crescere male. Perché il formaggio si può fare anche col latte in polvere ma quello che senti sulle papille gustative scivolare come una carezza di prati, allora sì che è formaggio di malga. E d'erba. Un formaggio che non ha sfinito le vacche, che non ha accorciato la loro vita a pochi anni, che non ha dato loro problemi continui di metabolismo. Gira le forme del suo formaggio Anna e vedi che lo fa con un amore non comune. E fierezza anche. Proprio come una persona che tratta con una propria creatura. È felice Anna Pecoraro, felice come una bambina.

«Vuoi assaggiare il mio yogurt?». Sono le tre del pomeriggio, momento di digestione quindi. Nicchiamo un poco, poi accettiamo. Arriva la scodella e dentro, oltre allo yogurt ci sono i mirtilli. Un alimento semplicemente buono, delicato. Quasi come se si leccasse l'erba, cogliendo al volo anche gli aromi dei piccoli frutti.

Cosa fai durante l'inverno Anna, quando le malghe sono chiuse? «Quest'anno ho insegnato alle scuole medie di Strigno, una supplenza annuale. Proseguirò anche il prossimo anno scolastico. Mi piace insegnare e poi si tratta di un lavoro che ti dà la possibilità di vivere in malga all'estate. Fantastico».

No, niente Isole Marchesi, o Cuzco, o Goa, lei trova fantastico salire in malga nelle settimane più belle dell'anno. E alzarsi presto e mungere e pascolare e servire ai tavoli anche. Ma anche fare formaggio e yogurt. E burro. «Qui inizi a lavorare alle cinque del mattino e finisci all'una a fare il formaggio. Sai, io sono ancora lentina. Poi servi ai tavoli e quindi, come adesso, vai a girare il formaggio, a marchiarlo. La mia giornata è strapiena». Ma ti piace. «Sì, perché lavori senza stress, al tuo ritmo».

Anna ci propone una considerazione che nelle settimane scorse altre donne di malga ci avevano proposto: «A me piacciono le vacche, pascolarle, mungerle. Sono animali lenti ma intelligenti. Ti indicano il rapporto più corretto con la natura. Ti dirò di più: ti insegnano anche a convivere con i tuoi bisogni spirituali». Non abbiamo mai pensato a questo. Non abbiamo mai ritenuto che le vacche siano animali intelligenti. Ma noi le vacche le conosciamo poco e, quindi, facciamo tesoro della nozione.

Poi, naturalmente, per questa professoressa neolaureata, la meraviglia è quella del formaggio, del suo farsi a partire dal solo latte e dal caglio. «È splendido vedere il formaggio che esce dalle mie mani... pare una magia, non sai da dove scaturisce».

Per capirlo, o comunque per capirne di più, si può andare a leggere la tesi di laura di Anna. La cultura contadina di montagna, la poca terra al piano, il bosco e l'alpeggio. Gli animali quindi, che erano per i contadini, come si diceva in Primiero «el nòs secont sangue». Il burro per vendere, quasi sempre. Il formaggio per l'alimentazione della famiglia, per i grassi, le proteine. Qui, sul Lagorai di Valsugana, una montagna in cui giunge ancora poco il clamore della modernità più becera. Dove ancora c'è lo spazio per la solitudine. Anna Pecoraro di Telve, la professoressa del formaggio.

Sempre più donne, più giovani, più immigrati, si prendono cura della nostra montagna più alta. Ne assimilano le tradizioni. La curano.

 

La polenta ritrovata, Liliana a Fossèrnega

Renzo M. Grosselli

l’Adige, 26 luglio 2009

Dalla polenta col formaggio alla polenta con la tosella. Sempre col sorriso in bocca. «Perché se sei sano, hai con te la tua famiglia e la voglia di lavorare, non puoi volere di più». Liliana è rumena, della Moldavia rumena, e non ha dovuto venire in Trentino per imparare a mangiare la polenta. Sta a Fossèrnega di Fuori e la sua famiglia è con lei. È una dei tanti immigrati che stanno salvando le nostre malghe, l'Alpe trentina.

Caoria sta già al confine dei confini. Ma poi devi prendere per Valzanca ed entrare nel Parco di Paneveggio su una strada bianca che mette a dura prova anche il gioiello della tecnica italiana, la Fiat Seicento. Sono vari i ponti in legno, centinaia le canalette e sono imperiose le salite e sono infiniti i sassi. Per chilometri e chilometri su una montagna in cui, ad un certo punto, salta fuori una coturnice. E su, ancora.

Alla meta la penna si paralizza, non ha parole per descrivere ciò che si vede. Siamo ai 1.802 metri di Malga Fossèrnega di Fuori, proprio sotto le vette. La più incredibile, la vetta più alta del Lagorai, è Cima Cece che sta ad uno sputo da noi coi suoi 2.754 metri. Arriva un signore, un bell'uomo di 44 anni che di nome fa Dumitru, che ci spiega il resto del panorama. «In alto vedi Valzanca e sotto sono i Piani di Valzanca, più a destra Malga Fiàmena. Là ecco la punta del Cimon della Pala e dietro c'è Malga Miesnotta. Lassù, vedi? c'è Malga d'Arzon». Qui è dove il Vanoi confina con Primiero e con Fiemme, qui è dove la bellezza svapora nel paradiso.

Aspettavamo Liliana, 41 anni, ma lei è dentro, non si concede volentieri. Dumitru allora: «Quest'anno siamo qui con 62 vacche da mungere, un toro, quattro manze e cinque vitelli». Più una cagna. Le bestie, e la famiglia, sono saliti fin quassù il 9 giugno: animali di Canal S. Bovo, Cicona, Zortea, Gobbera ma anche Mezzano. Vicino al padre trotterella Octavian, 15 anni (l'altro figlio Ciprian lavora a Malga Fosse). Entriamo in casa e Liliana sta preparando il caffè per noi. Schiva le fotografie e sorride spesso con quei suoi occhi chiari ed i capelli corvini. «Lui è di famiglia contadina - racconta - io vengo dalla città. Ma alla fine mi ha convinto a trasferirmi in campagna: vacche, galline, porci. Ci aiutavano anche i suoi fratelli, sono in 12». La Romania contadina e pastorale, la Romania della tradizione. «Mio papà lavorava in fabbrica anche se i nonni erano contadini e la campagna non mi era estranea». Ha studiato Liliana la malgara. Tanto. «Il liceo e poi l'università, Medicina e Chimica. Ma poi, per fortuna, ho trovato lui e ho lasciato gli studi». Si guardano, si stringono tra loro, sono una famiglia vera questi tre esseri che vivono a 1.800 metri. «Lui mi portò in campagna. Incominciammo con una mucca e arrivammo a sei, dal 1992 al 2003».

Serve il caffè Liliana e ci offre anche la panna. «Poi le vacche si sono ammalate e dovemmo abbatterle. Ne comprammo un'altra ma... Nel 2005 abbiamo chiuso tutto». Come ti trovavi in campagna? «Io stavo bene con la mia famiglia, si poteva vivere ma non entravano soldi». Nel 2004 Dumitru e Liliana avevano pensato che per guadagnare qualcosa lui avrebbe dovuto tentare la carta italiana. «Avevamo una nostra paesana qui in zona». Gli occhi della donna si fanno più pensierosi: «Lui partì, io rimasi con la fattoria, riuscii ad andare avanti». Ma c'era qualcosa che non andava, la famiglia non era unita. «Lui tornò in inverno e in primavera vendemmo tutto e siamo venuti qui assieme». Non andava ancora bene, stavolta erano rimasti in Romania i due figli, per finire le scuole. «Ma avevamo speranza, volevamo guadagnare qualcosa per costruirci la casa». Lampo negli occhi: «L'abbiamo fatta nel 2007». Liliana aveva già gestito col marito, nell'estate 2006, Malga Fossèrnega di Fuori.

Difficile scattare una foto a questa signora. Meno difficile farla parlare della nostra montagna. «Il posto è bellissimo, più bello di così non si può. Io amo la montagna». Ma non è la tua montagna. «In Romania mungevamo a mano, qui con la mungitrice. Facevo il formaggio anche là. Qui faccio la tosella, il burro. Il latte va al Caseificio di Primiero». Arriva gente, Liliana offre ancora caffè, del pane e del formaggio. Vogliono pagare, lei non vuole. Un viso non truccato, ma in qualche modo urbano. Sai trattare davvero le vacche? «Mi alzo alle 4, con loro, si munge e poi preparo la colazione. Poi partiamo tutti per il pascolo. Le vacche le lasciamo lì e nel pomeriggio andiamo a prenderle. Tutti e tre». C'è un eccezionale senso della famiglia in questo gruppo. «Si pulisce la stalla, io cucino». Quando riposi Liliana? «A volte si prova. Qualche volte ci si riesce pure». Cosa cucini qui in Trentino? «La polenta la facciamo anche in Romania: qui la accompagno con le braciole, la tosella, i funghi». Conoscevate i funghi? Risata. «Brise e finferli ci sono anche da noi, poi anche altri tipi di funghi. Pensa che quando stavo a Malga... (ndr, omissis), arrivava un camioncino di finferli ogni tanto, direttamente dalla Romania». E i turisti mangiavano i pregiati miceti trentini.

Può una donna vivere bene in malga? La risposta è di quelle che ti fanno pensare per un'ora: «Mi pare tutto bello. Se sei sana, hai con te i tuoi cari e la voglia di lavorare, non puoi volere di più». Dumitru stavolta aggiunge qualcosa: «Se vedi che le mucche stanno bene, puoi essere sereno».

È certamente splendido quassù ma non vi manca nulla? «L'altro figlio, Ciprian, ma lo sentiamo al cellulare e sappiamo che sta bene». La stagione di malga finisce a settembre. E poi? «Io con i ragazzi torno in Romania. - dice Liliana - Lui in passato rimaneva qui, a fare l'autista di pullman. Quest'anno non so, forse quest'anno mi porto a casa anche lui».

La montagna trentina nelle loro mani è al sicuro. Questa gente sa voler bene a questo patrimonio di bellezza. Sa coltivarlo, lavorarlo, proteggerlo. Ora che avete fatto la casa in Romania, qual è il vostro prossimo obiettivo? Perché tornate qui? La risposta viene dritta dal cuore della cultura contadina: «Vediamo cosa c'è scritto nel libro del nostro destino». Rimetterete in piedi una fattoria? «Non siamo più giovanissimi... Qui da voi ci hanno trattato sempre bene, mai conosciuto problemi di rifiuto. Chissà, a me non spiacerebbe vivere qua. Ma prima voglio che i ragazzi facciano la scuola là». Ognuno ha una patria e tutti la portano nel cuore.

Liliana, Dumitru e i due ragazzi. Come Sinéad, Petra... Vengono da fuori per salvare le nostre malghe. E seduti a questo desco di montagna avvertiamo un profondo senso di fratellanza. E una grande rabbia, astio anche, per chi in questa Italia, sta seminando l'odio tra noi e chi viene per lavorarci accanto.

Scendiamo lungo l'infinita strada bianca, i ponti in legno, le canalette. E troviamo un amico che non lontano ha una sua casetta, dentro nel bosco. Chiediamo di Liliana e Dumitru. La risposta è rapida e secca: «Nessuno dei nostri sa tenere così bene una malga». Non c'è più Cima Cece davanti ai nostri occhi, non vediamo già più il Cimon della Pala. Ma ci portiamo via la sensazione che la montagna, paziente e quasi eterna, stia facendo giustizia di tanti pregiudizi, di tanta ignoranza.

 

Petra, vita ai confini tra latte e malinconia 

Renzo M. Grosselli

l’Adige, 19 luglio 2009

 

«Era Natale. Stavo in Alto Adige ed avevo finito con il mio ragazzo. Ho imboccato l'autostrada e sono andata a sud. Sulla destra, ad un certo punto, ho visto uno squarcio di sereno e sono uscita. Ero ad Arco». Le vie delle malghe trentine non sono infinite. Ma sono tante e ci si arriva in tanti modi. Col tempo, così ci arrivò Petra Reuter, oggi quarantaduenne, tedesca della zona di Francoforte.

L'Alta Valle di Non, il paese di Fondo e alla sua periferia già si aprono spazi coperti di abeti rossi e larici, in un giorno d'estate in cui la neve è caduta sulle cime e il termometro al mattino diceva +8 in paese. Otto o nove chilometri di strada forestale e sei alla Malga di Fondo, a 1.488 metri. Qui la malgara non solo tiene le vacche e fa il burro e il formaggio, ma con la zia Edvige e un ragazzo altoatesino, Manuel, offre pure ospitalità a chi vuole servirsi al piccolo bar e ristorante interni alla struttura. Ha gli occhi chiari e i capelli biondi Petra. E dentro gli occhi ci vedi la malinconia. È appena rientrata «dai lavori, ho riparato staccionate». Bagnata, stanca. Ma sorride: «Papà lavorava sulle strade e mamma alle Poste, niente a che vedere con l'allevamento. Io ho fatto l'apprendista giardiniere e poi anche un corso universitario in giardinaggio». Ma siamo ancora lontani dal Trentino. «Per tre-quattro anni ho lavorato in frutticoltura, sul Lago di Costanza. Come operaia, non come perito agrario». Avresti potuto farlo? «Sì, se avessi voluto fare la rappresentante di fitofarmaci... Ma non sono d'accordo, l'industria chimica serve ma fa anche molti danni». L'amore per la terra, l'amore per l'agricoltura dolce. «Nel 1994 e 1995 sono stata in Alto Adige: l'inverno continuavo a recarmi sul Lago di Costanza, sempre per la potatura dei frutteti e lavori nei magazzini». Siamo già più vicini al Trentino. Negli occhi di Petra vola il vento. «La prima volta in una malga fu nel 1996. Ero con una famiglia sudtirolese che, come tante altre, prendeva in affitto una malga in Engadina, Canton Grigioni. Ho imparato lì a trattare con gli animali. E questa è la mia dodicesima stagione in malga, ogni anno imparo qualcosa di nuovo». Il suo modo di essere dice che Petra non è animale di campagna dalla nascita. No. Perché un lavoro così duro? «Ho lavorato col giardinaggio e anche lì si lavora con la terra, ci si sporca».

Il formaggio dove l'hai imparato? «Alla fine della prima stagione in malga quelli del Consorzio mi hanno avvicinato e mi hanno offerto di seguire un corso. "Parliamo con Hans e potrai imparare a fare il formaggio". Il corso si tenne in primavera: imparai a fare il tipico formaggio dell'Engadina e alla fine del corso tornai sui monti, in malga». Una nota dolce nei suoi occhi, chissà, un ricordo. «Avevamo 60 vacche da mungere e 190 manze, eravamo in cinque». Perché una giovane donna, urbana, decide di accettare un lavoro in cui ci si alza alle 4... «Perché sono pazza, sono fuori di testa... Ma è anche una passione. Si sta ai confini». Una vita ai confini. «E si vede il risultato del lavoro. È la vita vera. Ci sono le vacche, danno il latte e con questo latte sano fai un formaggio sano. C'è solo la natura, niente artificialità, niente moda».

È un freddo bécco all'esterno della malga, guardiamo il termometro e segna +9. Petra si accorge. «Stamattina c'erano 4 gradi». Il 18 di luglio del 2009. «Io non ho cercato la malga, l'ho trovata. Quando cerco non trovo niente e allora prendo quello che viene». E ancora, tagliente come uno stiletto, quella lamina di malinconia nel suo sguardo chiaro. «A Fondo ci vengo per il secondo anno, dopo dieci stagioni in Svizzera». Ma nel frattempo c'è stato quel suo prendere l'autostrada e gettarsi verso il sud, quel suo avvistare il sole e uscire. E trovarsi ad Arco. «Ci vivo dal 2000». Perché hai deciso di vivere con questi complicatissimi italiani, anche un po' gigioni? «Sono più complicati i tedeschi. Io mi trovo bene con gli italiani».

In uno stabile, qui, c'è il caseificio, il luogo per lo stoccaggio dei formaggi, per la fioratura del latte, ma anche il piccolo bar e la cucina per il ristorante dove ti servono qualche piatto di montagna. Il formaggio, si diceva, lo fa Petra. E non si tratta di un prodotto qualsiasi. Nel 2008 la Reuter ha vinto il concorso dei formaggi di malga della Valle di Non, prima su otto. Come lo fai? «Lo faccio come ho imparato in Engadina, anche se uso un fermento diverso. Faccio anche burro, ricotta. Quest'ultima non la ricavo dal siero ma direttamente dal latte». Assaggiamo il suo formaggio fresco e ci pare di una bontà entusiasmante. La lingua non vorrebbe staccarsene e gli occhi vanno a cercare il verde.

Che vita fai in malga? «Quando devo aggiustare i recinti, faccio il formaggio alla notte... Ieri? Sono andata a dormire alle 22 e mi sono alzata all'una e mezza per fare il formaggio. Quando non devo occuparmi di recinti, salto su alle 4-4.30. Curo le mucche, la mungitura, faccio il burro e il formaggio». Non paia tanto o troppo, questa donna è di una forza straordinaria, di una volontà d'acciaio. Il pomeriggio? «Un occhio alle manze, la spesa. O si riposa, leggere, chiacchierare. Non ho la televisione e leggo molto. Romanzi, che non ti costringono a pensare troppo. E anche la radio è importante qui». Si veste da casara adesso (fazzoletto sui capelli, grembiulone, stivali) e ci porta a vedere dove lavora il latte, dove conserva il formaggio. Petra, cosa fai nel resto dell'annata? «In primavera ed autunno faccio la guida turistica. Qualche settimana ho iniziato a dedicarla anche a fare il tecnico in una azienda agricola biologica». Sei felice Petra? «Sì, ogni tanto. Ma comunque sono contenta anche se la mia è una vita un poco di corsa. L'inverno invece è più tranquillo, giro tra gli amici e i parenti, faccio qualche viaggio». Si apre la nuvola, per un attimo, e viene giù un raggio che colpisce questo angolo di verde trentino. «È magica questa terra» dice d'un fiato la donna tedesca e gli occhi le si illuminano. «Non mi dispiace stare con le mucche, hanno un loro carattere. E mi piace produrre cose naturali, sane, mi soddisfa. Mi piace anche programmare il lavoro e vederne il risultato. E poi rispondo solo a me stessa». Non ti chiediamo quanto guadagni...

«Dipendo da chi mi dà la malga, ma la gestione è mia. Sono una piccola imprenditrice. Certo, il primo anno ho dovuto attrezzare il caseificio, adesso devo...». Non si fanno i soldi in malga. «Ma io ci vivo, a me non serve molto. Chiaro che non devi contare le ore, altrimenti ti viene da piangere».

È stanca Petra Reuter, anzi ha sonno. Assaggiamo la sua ricotta e lei l'ha insaporita con un filo d'olio d'oliva. Lo fai tu? «Non ridere, ho fatto anche un corso di assaggiatore di olio d'oliva. Ma ancora non faccio l'olio».

In compenso da qui a poco dovrà occuparsi di mungere 20 vacche (altre 60 sono le manze e in malga vivono pure sei maiali, che a loro volta hanno bisogno di cure). Lasciamo la donna tedesca al suo lavoro. E ci portiamo via, in bocca, il sapore della sua ricotta. Un po' la ricorda: sapore che ha grinta, dolcezza e un retrogusto di malinconia. Come lei, che per arrivare in una malga trentina, ha preso l'autostrada e si è diretta verso il sole.

 

«Io sto così così, na dona senza marì»

Renzo M. Grosselli
l’Adige, 12 luglio 2009

«Così così, come na dòna senza marì ». Ma non è vero. Perché lassù a Malga Cagnon de Sora, la regina delle malghe del Lagorai, Agnese Iobstraibizer, ci sta benissimo: «La bellezza è tremenda» dice la donna mochena. Sì, «tremenda bellezza».

Quando arrivi lassù, la prima cosa che noti è il Kraispitz, la vetta a 2.490 metri, bianca. Si era partiti da Telve, imboccando la strada delle malghe, quella per Passo Manghen, e prima per Calamento. Le malghe? Valtrighetta, sulla destra Valsoleto, poi Valtrigona, Cagnon de Soto. Là, ti alzi ancora ed entri in un gioco di rododendri, mughi, e prati che stanno in un cucchiaio grande. Era un lago un tempo ed ora rimane solo poca acqua e tanto verde, macchiato d'arnica e fiori di timo selvatico. E vacche. Vacche. A 1.887 metri, sopra il cucchiaio verde, c'è la Malga Cagnon de Sora. E lì c'è lei, Agnese Iobstaibizer, «settant'anni passati» e il fazzoletto in testa. Quando entriamo nella cucina sta parlando al cane: «Ga hi anaus!» (non garantiamo si scriva così), vai fuori, cioè. Agnese è mochena, di Fierozzo S. Felice, figlia di Pietro e Maria Eccel. Papà era krumer, venditore ambulante di stoffe. Krumer era anche il marito Giovanni Gozzer che vendeva in Pusteria. «Papà aveva avuto sempre delle bestie: pecore e vacche. Facevamo formaggio e burro per la famiglia e si ingrassavano vitelli, per vendere». Chi faceva il formaggio? Ha gli occhi chiari Agnese, brillanti, e sotto il fazzoletto non si vede ma c'è la grande treccia, col cruch: «La mamma. Io ho iniziato qui a Cagnon de Sora, quando avevo 33 anni». Il suo parlare ha cadenze mochene molto belle.

Come ci sei arrivata in malga? «Mio marito l'aveva comperata, per poco al tempo». Il Comune di Telve un tempo aveva avuto bisogno di soldi, ed aveva dovuto alienare quella malga, ma tanto tempo prima. «Era il 1968: un quarto era della chiesa di Palù, un quarto di privati di Palù e metà di Fiorenzo Pallaoro di S. Orsola». Perché comperare una malga? «Giovanni amava la caccia e qui, in questo spettacolo, era splendido cacciare». Ci ha riportati all'aperto Agnese. E lo sguardo s'affoga nel verde. «Per quattro anni si ristrutturarono gli edifici, si migliorò la strada». Dal 1972, da 37 anni, Agnese Iobstraibizer carica la malga e fa il formaggio.

«Qualche volta l'ha fatto mio figlio - ammette a malapena - ma la supervisione è stata sempre mia. No me piàs véder ciondolàr i altri!». Porta il suo formaggio la donna mochena, quello freschissimo e quello stagionato. Ce ne serve un assaggio. Il sapore è una mescolanza di prati, fiori, latte e panna. È come un volare del gusto. In alto, verso l'alto. «Non mi è mai andato a male il formaggio».

E il burro come lo fai? «Lo Smoltz? Ho la pigna, la zangola. Che funziona con l'elettricità. Qui abbiamo la nostra turbina, la luce». Come la chiami in mocheno? «Kibl». C'è una signora dai capelli scuri che gira là attorno, e due bimbe che sono due gocce d'acqua, gemelle e splendide. Quanto avete caricato? «Trenta vacche e trenta vitelle e vitellini. Poi abbiamo qui 7 porci, due cani, 11 galline, un gallo nano (ci prova a volte, ma senza successo), un cavallo». I due cani si chiamano Diva e Alpi e ci sarebbe anche quello che Agnese chiama «en torét» ma, poverino, è già stato castrato.

Entra in cucina la signora e capiamo, finalmente, che vive con Agnese. «Mi piace tanto quassù. È il secondo anno - dice la donna mochena - che Marianna sta con me, col marito Ovidio. Lei mi aiuta in cucina e lui fa il pastore. Hanno due gemelline, Bianca e Alina. Vengono dalla Transilvania». Prima aveva avuto altri pastori rumeni, e prima ancora di Piné, Valsugana, Fiemme». La malga è una struttura antica, che viene dal passato più profondo delle nostre montagne. Un vivere difficile, di lavoro, orari lunghi, solitudine anche. Come ti trovi Agnese a Cagnon de Sora? «Tutto è bello qui» e lo dice con il cuore in bocca, negli occhi. E rafforza il concetto: «Una bellezza tremenda. La pace. Mi alzo alle 4.30, mi faccio il caffè. Poi comincio a fiorare il latte, a scremarlo. Lo porto nella calgéra ma prima avvio la zangola. Poi arrivano loro che alle 6 mungono ed io faccio il formaggio. Finisco di farlo alle 8, lavo il burro, lo metto negli stampi e alle 11.30 finisco». Dopo: «La legna, pulire le canalette sulla strada». Dicono che sotto quel fazzoletto, Agnese nasconda la più bella treccia delle Alpi ed i suoi occhi sono belli. Come fai a vivere senza un moroso? «Dicono... così, così, come na dona senza marì».

La sera, quindi, non ti resta che la treccia? «Sì, ieri sera ho lavato i capelli e fatto la treccia. Ma el pù dele volte son spatuzada». Resisteranno le malghe Agnese? «Penso che stiano degradando (ndr, lo dice così, in italiano). Ormai i boschi avanzano. E il tempo è matto: siamo in luglio e pare settembre».

In passato qui raccoglievano il timo, l'arnica, la millefoglie, che usavano per curarsi. Con l'arnica i pastori si facevano anche le sigarette, con la carta del giornale. Ma un tempo fumavano anche il fiorume, la polvere di fieno, e la zicòrgia, la cicoria dell'orto, seccata. Erano tempi quelli in cui i pastori massaggiavano a lungo le vacche ammalate e davano loro dei «beveroni» di timo.

«Conosco tutti i luoghi di quest'Alpe, passo a passo. Posso dire al pastore dove c'è ogni pericolo, ogni sasso, canalone. Ora però cammino poco perché ho problemi alla caviglia e fatico nella discesa». Meglio la tua vita o quella di Lady Diana? «Tengo la mia. Ne ho vissute di tutti i colori ma la mia vita mi ha accontentato. Non parlo di felicità. Sono serena quando le vacche sono arrivate sane in stalla, quando il formaggio è fatto e le bambine sono a letto».

Usciamo di nuovo all'aria, dove il verde digrada e pascolano le vacche. Qui c'è un dio, accanto ad Agnese e alle due gemelline. E non può essere che un dio dell'armonia. Laggiù Ovidio sta sistemando la stradina bianca con il trattore. Dalla Romania viene qui con la famiglia, su questo monte. Lavora per lui, e per noi e per questo nostro Trentino. E questo Trentino dell'Alpe, di mughi e rododendri (che in Valsugana chiamano corsài), di timo e di arnica, di fiorume e zicòrgia non va cancellato. Si deve raccogliere nell'incavo delle due mani, invece, e passarlo ai figli, ai nipoti. Al tempo.

«Neanche sale ci metto nella cotta, solo latte e caglio». Ma dentro quel latte l'erba lavora. Lavora.


Sinéad
e Giovanni a Malga Seneciaga

Renzo M. Grosselli

l’Adige, 5 luglio 2009

Lei è di Donegal e lui di Procida. E stanno a Malga Seneciaga (qualcuno la chiama Siniciaga) e la tengono come un bòmbo, da undici anni. Ci raccontano minchiarellate quando ci dicono che gli stranieri, che i terroni, che gli altri... Ci sono le nostre radici lassù, sopra il piatto sacro della Val Genova, dove corrono le acque del Trentino e da dove partono tutte le strade che portano al cielo. Quello buono di cielo, quello della montagna. E Sinéad e Giovanni, due isolani, stanno a guardia di questo nostro Trentino dell'Alpe. Dove respirano ancora, anche se flebilmente, le radici.

Da Carisolo entri in Val Genova e sei nel Parco Adamello Brenta e sei nell'acqua. Non solo il Sarca di Genova ma il Nardis che piove giù e tante altre acque, tra l'azzurro e il grigio. Che si schiantano, ma poi convivono, in amalgama buona, col verde di abeti bianchi e rossi, e larici.

Tagli, attraversi il rio e sali. Dentro il bosco in percorso di intenso salire. Novanta, centoventi minuti e sei sul pianeto. Il suo nome è Sinéad Simms, 46 anni. Lei è di Donegal, Irlanda. «Del nord-ovest». Con lei c'è un signore dal volto bruciato dal sole, diresti mediterraneo. È Giovanni Marigliano, 63 anni di Procida. Sì, Procida, l'isola che sta dirimpetto a Napoli.

Malga Seneciaga estende il suo territorio tra i 1.500 e 1.600 metri, terre del Comune di Spiazzo, per la precisione dell'Asuc di Mortaso.

C'è lo stalón, c'è la casina (la chiamano così, quassù, la costruzione che altrove definiscono casara o anche casèra). Ci guardiamo intorno e il verde permea ogni nostro suono, sogno, e persino la traspirazione. Quassù, per un paio d'estati, è vissuto anche Gianluigi Rocca, il pittore che faceva il malgaro. Ci senti le radici qui, c'è ancora quel pulsare atavico, quel fiato della nostra civiltà di montagna. Ci senti l'anima a battere.

«Ci veniamo da undici anni» dice Sinéad. E perché? «L'ex pastore aveva bambini.

E voleva finalmente portarli in bicicletta l'estate, giocare con loro al calcio. Ha chiesto a noi, che cercavamo un lavoro in montagna. Ma non volevamo cose collegate al turismo, ci lavoravamo da anni». Giovanni era bagnino, in Liguria, e lei lavorava in albergo, in Liguria. «Tuttofare». Dovreste poterlo vedere Giovanni di Procida quando afferma, tranquillamente,  perentorio: «La malga ci ha salvato la vita». Ma scusa, come ci arriva in questo posto una matta irlandese, dopo aver incontrato un terrone di Procida? Come si arrampicano in Rendena i due scalmanati? Semplice invero, e lo spiega Sinéad: «Ci siamo incontrati in India. Poi abbiamo viaggiato assieme in Himalaya.

Era alla fine degli anni '80». Giovanni capisce che manca qualcosa, che, sì, le montagne ci sono in Himalaya... «Abbiamo vissuto quattro mesi con i pastori in Himalaya: bufali, cavalli, vacche. E lì ci siamo detti: "Ci piacerebbe vivere così anche in Italia""». Perdona fratello Giovanni, ma tu vieni da Procida, vieni dall'isola sacra che sta fuori, nel mare di Napoli! Fucilata sparata a bruciapelo, senza possibilità di ritorno: «Ero stufo di fare il  bagnino. E curare le vacche di spiaggia».

Ok. Ok. E tu, celtica donna, perché scegliere le montagne italiane? «L'amore, l'amore, l'amore». Tre volte l'amore.

Capitarono a Malga Seneciaga nel 1999. «Io però sono figlia di allevatori irlandesi di bovini. Quando sono arrivata a Strembo, gli allevatori di qui ci sottoposero ad un test». «A me - confessa Giovanni - da buoni trentini hanno detto subito che ero un terrone». «A me no. - considera la sua donna - Mi hanno fatto varie domande e poi un allevatore mi ha detto: "Hai le gambe buone e puoi fare questo lavoro"».

Ci porta nell'orto Sinéad, un orto a 1500 metri: rapanelli rossi, cavoli capucci, cicorietta e insalatina, prezzemolo, cipolle e sedano. E tanto amore. «La prima emozione la provai nel salire con lo zaino sulle spalle.

Il cuore mi saltava nel petto. E pensai a cosa mi fossi messa a fare!».

Ci ripensasti poi, perché da undici anni ci stai tornando. «È un piacere viverci. Sei fuori dalla società. E la gente che arriva quassù è più aperta di quella che sta là sotto. Tra i prati perde questa chiusura». E Giovanni: «È come in spiaggia. La gente si spoglia e mette l'anima a nudo. È vera».

Sinéad non è donna solo di vacche e orto e cucina. Quando scende a valle svaligia le biblioteche pubbliche di Rendena e legge di tutto e legge tanto.

E legge. In malga i due caricano 130-140 bovini.

Tutte manze, vitelle e vacche asciutte. «Ma abbiamo una vacca da mungere. È dell'Ernesto, allevatore di Strembo. Si chiama Cerva, per le lunghe corna». Ma chissà perché, forse perché i Celti sono gente leggermente squilibrata, Sinéad la chiama Gemma.

Tanto, lei non risponde mai, forse perché in crisi di identità. «La mungo alle sei del mattino, quando non ci sono i moscerini. Poi faccio il formaggio e Giovanni qualche tòcco di burro. E con la panna ci ingrassiamo: budini, fragoline di bosco, peaches&cream».

Chi pascola le 140 mucche? «Chi se non noi? Giovanni cura le vitelle. Io le vacche: vedo che non prendano la mastite, curo il male ai piedi con impacchi d'argilla, grasso, ittiolo.

Le mucche sono molte legate tra loro. Se una si perde, le altre impazziscono e allora tu devi mollare tutto, cercarla, scovarla e ricondurla al gruppo».

L'Alpe ha un'anima e anche nelle mani di questa irlandese, quest'anima a Seneciaga parla trentino.

Usciamo, correndo quasi. E saliamo il prato sino a sputare l'anima. Sudore che ci copre. E ci pare buono. Stiamo lì, con queste vacche di razza Rendena che brucano al sole e guardiamo la lunga stalla e i monti che la contornano. Poi rientriamo in tempo per sorbire la grappa che Giovanni ci ha servito. Guardiamo lui, mediterraneo, e la sua donna, celtica. Alla fine della stagione, quattro mesi, si portano via molta salute, tanta fatica e una busta paga di operai agricoli. Perché lo fate? Giovanni: «Ambiente bellissimo, ambiente sano. Una cosa non da tutti, qui non sei in fabbrica, o in ufficio». Sinéad: «Con le mucche, che sono imprevedibili, devi vivere alla giornata, cosa impossibile in una società organizzatissima come la nostra».

La malga un tempo era territorio del maschio. Solo del maschio. «Quando giro con le bestie ho tempo di lavorare a maglia, all'uncinetto. Faccio berretti». Giovanni sorride: «Sull'Himalaya vedi i pastori che filano la lana». E questo nostro Trentino? «In alta montagna è l'essenza stessa della poesia». Sinéad, non ti manca l'Irlanda? «Niente, non mi sento più irlandese. Ho vissuto là 19 anni e poi 23 in Italia. Io sono mondiale». E tu, Giovanni, senza il mare? «Sono un buon nuotatore ma ho imparato a temere l'acqua. E così ho imparato ad affrontare la montagna con rispetto».

C'è un inverno, anche per loro c'è. E Sinéad e Giovanni lo vivono sulla montagna ligure. «Ma ci mancano un poco le vacche.

Qui viviamo al loro ritmo: su alle 5 e mezzo, siesta dalle 11 alle 15, a dormire con l'oscurità». Ma quando c'è la luna le mucche continuano a mangiare. «E noi no». Ok, va bene così. Scendiamo a valle, noi poveri zombie.

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