Bassa Valsugana

Acciaieria di Borgo: una situazione in cui ci perdono tutti?

Riceviamo da Ornella Boldrini (questo il suo curriculum vitae) il suo chiaro intervento sui destini dell’acciaieria. Per quanto alla sue considerazioni conclusive, aggiungiamo che mentre si fanno avanti aspiranti compratori da ogni dove per spolpare ciò che resta di un impianto morente, chi apre bocca sono solo i sindacati. La provincia tace, è il suo must, sa solo attendere sorniona che qualcuno le faccia una sorpresa.

Redazione Ecce Terra, 26 gennaio 2017

 

Acciaieria di Borgo: una situazione in cui ci perdono tutti?

Di nuovo l’acciaieria di Borgo sotto i riflettori. Questa volta però il focus non sono gli effetti delle lavorazioni sul territorio e sulla salute di lavoratori e abitanti della Valsugana. Bensì vengono proposti dati economico/finanziari del Bilancio dell’esercizio 2016. Numeri che, prospettati in modo asettico, ci disegnano un quadro reddituale e finanziario altrettanto pesante rispetto a quello riguardante gli impatti ambientali.

Una perdita di 21 milioni di euro, debiti per 107 milioni di euro di cui oltre 36 con il fisco e più di 35 nei confronti delle banche. Sono importi iperbolici se si pensa che la Leali Steel spa, alla quale appartiene il sito produttivo in questione, ha un capitale sociale (se i dati che ho reperito sono corretti) di 300.000 euro, interamente nelle mani della Aldel Holding BV Schipol Paesi Bassi, a sua volta società indirettamente partecipata - attraverso una catena di società dai capitali risibili - dalla multinazionale Klesch di proprietà di due fratelli statunitensi. I consueti ratios di analisi di periodo darebbero coefficienti assurdi, ed è quindi facile comprendere come sia già stato chiesto dai creditori il pignoramento di alcuni asset e dalla Leali Steel il concordato preventivo, seppure con riserva.

L’acciaieria in questione è materia incandescente, si rischiano ustioni esprimendo pareri o auspici. Come quelli di coloro che, prima della doccia fredda del tycoon algerino, sollecitato dal ministro Calenda, hanno sperato che la fabbrica chiudesse.

La vicenda infatti nei suoi recenti sviluppi societari e bilancistici ad una superficiale lettura sembra portare perdite sia a stakeholders, sia a shareholders. Una delle tante insomma che contrassegnano questa fase storica di mercati turbolenti, globalizzati, di poteri politici deboli e cortomiranti, di cittadini ostaggio di una decrescita infelice solo del lavoro. Certo che per i cosiddetti stakeholders potrebbero esserci solo briciole avvelenate.

Collettività fortemente depauperata in termini di salubrità dell’ambiente. Pensiamo infatti alle numerose inchieste giudiziarie sul rapporto “disinvolto” dell’acciaieria con il territorio ed in particolare sul mancato adeguamento degli impianti alle norme sul rispetto dell’ambiente. E sì che si ritiene comunemente che le imprese non adottino le norme in oggetto per fare più utile. Qui non ci sono né utili né impianti di sicurezza, né liquidità per pagare regolarmente i dipendenti che ricevono a singhiozzo il compenso per il lavoro e per la rischiosità implicita nelle loro mansioni. E soffre l’intera valle che perde flussi turistici anche a causa di questo impianto a dir poco obsoleto e senescente. 

Ed ancora fornitori, banche con astronomici crediti incagliati e la Provincia/Erario che, non incassando un elevato gettito fiscale, ridisegna al ribasso le sue politiche economiche e di welfare. Un moltiplicatore alla rovescia.

Ma la proprietà perde davvero? Per rispondere, sempre che sia possibile, sarebbe necessario disporre di molti elementi difficili da reperire ed interpretare. Alcuni fatti assai rilevanti fanno tuttavia sorgere seri dubbi.

Come mai il gruppo Klesch, dopo alcuni anni in cui era affittuario e quindi conosceva la redditività del ciclo, l’ha acquisita nel marzo 2016 pochi mesi prima della chiusura dell’esercizio? Il mercato dell’acciaio soffre la concorrenza di paesi extraeuropei ma non pare che nel nei mesi in oggetto vi siano stati accadimenti tali da capovolgere i risultati di periodo.

Forse il gruppo ha goduto di contributi pubblici per l’acquisizione e/o nuovi affidamenti bancari e, tramite i passaggi tra le scatole cinesi delle società, altri business hanno goduto di liquidità, grazie anche all’opacità dei trasferimenti consentiti dal fatto che alcune tra queste sono basate in paradisi fiscali? Sono soltanto ipotesi, congetture, che possono indurre forti dubbi sulla politica industriale trentina e che spingono a chiedere all’Ente pubblico maggiore chiarezza.

Da un lato, se come in altre occasioni vi sono stati contributi pubblici, sarebbe opportuno sapere di che tipo e con quali garanzie? (destinazione d’uso, salvaguardie occupazionali per un certo periodo ecc.). Dall’altro lato, di fronte ad una “bomba ecologica” come le Acciaierie, quali siano stati i controlli messi in atto dalla PAT attraverso il suo ampio repertorio di strumenti diretti ed indiretti.

Ed ancora se, nella fase attuale del ventilato passaggio ad un nuovo gruppo industriale, siano programmati incontri con la proprietà da parte dell’organo preposto allo sviluppo economico. O se perduri la “distrazione” pubblica che accompagna le vicende societarie dell’acciaieria sin dal ’99, ovvero dall’ingresso di soci lussemburghesi nel capitale della Siderurgica Trentina.

Ma coloro che magari credono ancora nella regolatrice mano invisibile di smithiana memoria, è bene che sappiano che Adam Smith, professore di filosofia morale e padre del liberismo, scrisse anche un saggio intitolato “Teoria dei sentimenti morali”.

Ornella Boldrini - Rovereto, 26 gennaio 2017

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