ECCE ITALIA

Appello di una mamma di Laives (BZ)

Appello di una mamma di Laives (BZ)

 

 

APPELLO


A tutte le persone sensibili che posso in qualche modo raggiungere per farvi partecipi di una difficile situazione di vita che vivo come mamma in questo tempo e questa società, che condividiamo.

Il giorno 23 aprile 2012 in un’udienza a porte chiuse a Bologna un giudice deciderà se le 5 persone che hanno promosso molte iniziative nella città e si ritrovavano nel centro di documentazione “Fuoriluogo” sono da processare o no (Udienza di Rinvio a giudizio).

L’accusa contro di loro è molto grave: “Associazione a delinquere” ed in caso di condanna prevede fino a 7 anni di carcere.

 

Sono la mamma di uno di loro, Martino Trevisan, che a novembre ha compiuto 25 anni, e conosco un altro accusato, suo coetaneo e della provincia di Bolzano come noi.

So che non sono delinquenti, né membri di un’associazione terroristica, come all’inizio la Procura ha tentato di affermare, ma persone mosse dal desiderio di lottare contro le ingiustizie di questo mondo, a difesa dei migranti clandestini, degli animali, del territorio.

 

Ma che cosa hanno fatto?

Non tutti si rifanno all’ideale anarchico ma vengono definiti anarchici e questo già è una colpa.

Hanno organizzato manifestazioni e presidi contro i “Centri di Permanenza Temporanea”, oggi “Centri di Identificazione ed Espulsione”, di cui poco si parla e si sa, anche quando l’autorizzazione non gli veniva concessa.

Hanno denunciato violenze che venivano commesse all’interno dei CIE, da parte della polizia, di cui erano venuti a conoscenza, dando fastidio.

Hanno solidarizzato con ragazzi detenuti, facendo musica sotto le carceri, o raccogliendo libri da fare pervenire ai prigionieri.

Hanno raccolto soldi per pagare avvocati e affitti di persone rinchiuse organizzando cene e feste benefit.

Hanno organizzato cineforum e dibattiti sulla guerra, l’energia nucleare, i traffici di armi, la vivisezione.

Alcuni hanno affisso manifesti sui muri o li hanno imbrattati con scritte, alcuni hanno opposto resistenza alla polizia.

Così facendo hanno accumulato denunce, per le quali alcuni sono anche già condannati. Ma, e anche questo lo so per certo, non sono i violenti black block che hanno devastato Genova e Roma, le cui “gesta” abbiamo visto alla televisione e di cui abbiamo letto sui giornali (se così fosse l’accusa sarebbe diversa, le pene più lievi).

Non hanno nulla a che vedere con attentati a banche, né sono accusati per pestaggi o violenza contro persone.

Questo per me, come mamma, come persona e come cittadina è fondamentale saperlo.

 

Vogliono condannarli perché menti pensanti e attivi promotori di manifestazioni, punto di aggregazione di forze che si oppongono con determinazione allo stato delle cose.

Io non avrei mai fatto le cose che hanno fatto loro, ci vogliono molto tempo ed energie, che non ho.

Credo inoltre più al costruire il bene, che combattere il male e metto le forze che ho nel lavoro e nelle piccole cose di tutti i giorni. Mi sembra già difficile affermare sé stessi e quello in cui si crede nella propria situazione di vita e tra le persone che abbiamo vicino. Soprattutto non sto bene nei conflitti e faccio il possibile per evitarli, soffrendo a volte di depressione e malinconia, nel vedere come va il mondo e che la legge del più forte e del più furbo sembra vincere.

 

Mio malgrado mi sono trovata come in un incubo quando la persona che più amo al mondo, il mio unico figlio, è finito in carcere (tre mesi di prigione e tre agli arresti domiciliari), accusato di cose gravissime, con il rischio di anni di vita in prigione. Purtroppo ho dovuto constatare che la legge e la giustizia non coincidono nel nostro Paese e che coloro che da piccola credevo essere i “difensori dei cittadini, coloro che sono tenuti a fare rispettare la legge” commettono vere e proprie violenze delle quali non sono quasi mai chiamati a rispondere…

Mi sono dovuta rendere conto del fatto che giornali e televisione raccontano le cose a modo loro, ed è quasi impossibile difendersi da accuse ripetute anche se non vere.

Vorrei credere che i tribunali cerchino la verità, allora sarei più serena, ma la sfiducia a volte prevale, non è facile ottenere giustizia per coloro che hanno pochi soldi e possono permettersi solo l’avvocato d’ufficio, o per quelli che non hanno appoggi.

Se nel modo, nelle azioni, hanno sbagliato, credo che con 6 mesi di libertà negata abbiano già pagato pesantemente, che se qualche riflessione la dovevano fare, l’abbiano fatta.

La mia è una richiesta di aiuto, perché lo scoraggiamento è grande e a volte mi sopraffà.

 

Chiedo

- a chi soffre nel vedere come va il mondo e vorrebbe cambiarlo,

- a chi è mosso da compassione per i migranti e non trova giusto che siano rinchiusi e maltrattati,

- a chi crede che ogni forma di vita vada rispettata e non solo sfruttata,

- a chi vorrebbe trasparenza e verità nei mass media,

- a chi vuole comprendere i giovani, che possono sbagliare, ma sono la nostra speranza,

 

DI PASSARE PAROLA SU QUANTO STA AVVENENDO,

FACENDO ARRIVARE QUESTO MIO SCRITTO

DI INVIARE ENERGIE DI SOSTEGNO NEL MODO CHE TROVA PIU’ CONSONO

(io credo nella preghiera, ma sono grata per qualsiasi idea o iniziativa mi possiate suggerire)

DI IMMAGINARE CHE LA LUCE DELLA VERITÀ,

L’EQUILIBRIO,

LA VERA GIUSTIZIA,

GUIDINO COLORO CHE DECIDERANNO.

 

Per l’attenzione e il tempo che mi avete dedicato leggendo questo lungo scritto,

per la speranza che già con lo scrivere si ridesta in me,

ringrazio ciascuno dal profondo del cuore.

 

Laura Giovannini

Laives, 6 aprile 2012 (anniversario dell’arresto)


 


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